Attualità

Gino Cecchettin si fa il manager per gestire la fama

di Rita Cavallaro -

(fotogramma da video) Gino Cecchettin, il padre di Giulia Cecchettin, ospite nella trasmissione televisiva: Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio su NOVE. 10 dicembre 2023, NOVE TV + ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA + NPK


La spettacolarizzazione del dolore che diventa trampolino di lancio per carriere e copertine patinate. E una professione, quella del giornalista, che dovrebbe rivedere le regole deontologiche, quelle dei diritti e dei doveri di dare sempre la notizia, a condizione che questa sia di interesse rilevante per la collettività. Perché il caso di Giulia Cecchettin, ora, ci pone davanti a un bivio, che dovrebbe far sorgere l’interrogativo sull’opportunità di trattare il femminicidio della ragazzina di Vigonovo attraverso l’iter investigativo e processuale del suo assassino Filippo Turetta o sulla moralità di offrire un palcoscenico a una famiglia frastornata dal dolore, che sta convertendo la sua tragedia in show.

E che, come per tutti gli show che si rispettino, si affida ai professionisti dell’immagine. Gino ed Elena Cecchettin, padre e sorella di Giulia, hanno ormai oltrepassato la dimensione di familiari delle vittime, in un percorso del dolore “a loro insaputa” che li ha portati prima a essere assurti a modelli della lotta al patriarcato e alla cultura dello stupro, con il j’accuse contro tutti gli uomini del Paese responsabili dell’ondata di femminicidi, e poi li ha spinti a un’auto-investirsi di quell’aura mistica, tipica dei personaggi del Grande Fratello.

Ddi quegli sconosciuti senza arte né parte che si trovano tutt’a un tratto travolti dalla notorietà, dalle interviste sulle riviste patinate in bella vista nella sala d’attesa del parrucchiere, dalle serate strapagate in discoteca. Un’ondata di celebrità difficile da gestire da soli, motivo per il quale diventa necessario avere un manager. Cosa che ha fatto, appunto, Gino Cecchettin.

Il papà della povera Giulia ha infatti deciso di affidarsi alla “Andrew Nurnberg di Londra”, un’agenzia di comunicazione che segue famosi autori e attori di fiction e che da ora in avanti avrà il compito di curare i rapporti con la stampa. “Il signor Cecchettin ha bisogno di riposare”, dice Barbara Barbieri, una delle manager del gruppo inglese, che risponde al posto del papà della ventiduenne uccisa, il quale è pronto a passare ai prossimi progetti, tra cui, oltre alla battaglia contro la violenza di genere, ci sarebbero un libro e una fiction sull’assassinio di Giulia.

Insomma, Gino Cecchettin ha il suo agente, che filtrerà l’invadenza dei giornalisti molesti, di quei cronisti abituati a telefonare direttamente ai familiari delle vittime dei delitti più efferati d’Italia, per dare loro voce affinché su quelle terribili storie non si spengano i riflettori. La quasi totalità degli sfortunati ai quali è stato ammazzato un figlio, difatti, non si sottrae mai a un’intervista. E non certo per manie di protagonismo, ma spinti dalla fame di giustizia e verità, per assicurarsi che l’assassino paghi per quello che ha fatto e per aspirare ad ottenere una pena esemplare. In decenni di carriera alla ricerca della verità, i cronisti di nera hanno ascoltato fiumi di lacrime.

Quelle di Paola Pellinghelli, la mamma del piccolo Tommaso Onofri ucciso il 2 marzo 2006, che non ha mai avuto un manager e che ancora oggi è disponibile a fare dichiarazioni, durante le quali trattiene a fatica i singhiozzi. O Pietro Orlandi, che da quarant’anni risponde al telefono e non smette di cercare sua sorella Emanuela. E ancora Gildo Claps e la battaglia contro Danilo Restivo e i suoi protettori, anche dopo che il corpo della sorella Elisa è stato ritrovato in quel sottotetto della chiesa di Potenza, nel 2010. Non ha avuto bisogno di un manager neppure Concetta Serrano, suo malgrado protagonista di quello che è considerato il caso più spettacolarizzato della storia dei delitti italiani.

Ad Avetrana, il 26 agosto 2010, si trasferirono le troupe di tutte le emittenti tv perché la 15enne Sarah Scazzi era svanita nel nulla, durante il tragitto di poche centinaia di metri tra la sua casa e quella della cugina Sabrina Misseri. Il Grande Fratello della morte andò in scena per 42 giorni, finché il corpo della ragazzina fu trovato in fondo a un pozzo e a sua madre fu data la terribile notizia mentre era in diretta a Chi l’ha visto. Poi le indagini, l’arresto dello zio Michele Misseri, i colpi di scena della finta confessione, le immagini del contadino nel garage, le manette per Sabrina e sua madre Cosima Serrano e infine i processi. Tutto in diretta tv, ma mai nella mani di un’agenzia di comunicazione.

Qualcuno potrebbe dire che erano altri tempi, che oggi, nell’era degli influencer, anche l’omicidio è merce da vendere. E allora Gino Cecchettin è libero di scegliersi un manager. E sua figlia Elena è idonea a diventare “persona dell’anno” sulla copertina dell’Espresso, che con un’altra copertina con il deputato con gli stivali Aboubakar Soumahoro non ha avuto molta fortuna. Anche i followers, però, sono liberi di scandalizzarsi. E di fare la morale ai moralizzatori.


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