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Grano, la protesta degli agricoltori arriva nei porti

Il 12 giugno Cia-Agricoltori Italiani organizzerà due flash-mob simultanei a Bari e a Ravenna

di Angelo Vitale -


La crisi del grano duro torna nelle piazze e nei porti italiani con la protesta degli agricoltori. Il 12 giugno Cia-Agricoltori Italiani organizzerà due flash-mob simultanei al porto di Bari e al porto di Ravenna. Così denuncerà una situazione che, secondo i produttori, sta mettendo a rischio la tenuta economica di migliaia di aziende agricole.

La crisi del grano duro

Alla mobilitazione di protesta per il grano parteciperanno cerealicoltori provenienti dal Centro-Sud e dall’Emilia-Romagna, in quella che si annuncia come una delle principali iniziative del settore dall’inizio dell’anno.

La protesta arriva dopo mesi di tensioni sui prezzi e rappresenta l’ultima tappa di una campagna che Cia porta avanti dal 2023, anno che molti operatori considerano l’inizio della fase più difficile per la cerealicoltura italiana degli ultimi anni.

Perché gli agricoltori scendono in piazza

Al centro della protesta per il grano c’è soprattutto il problema della redditività. Mentre il mercato mondiale continua a registrare produzioni elevate e abbondanza di scorte, i prezzi riconosciuti agli agricoltori restano sotto pressione. Secondo i dati diffusi durante i Durum Days 2026, il mercato globale del grano duro si trova ancora in una situazione di surplus produttivo, con raccolti in crescita in Canada, Stati Uniti, Nord Africa e Unione Europea. Una disponibilità elevata che continua a comprimere le quotazioni.

Nelle principali piazze italiane il grano duro viene oggi scambiato attorno ai 250-280 euro a tonnellata, con ulteriori ribassi registrati in alcuni mercati del Sud Italia.

Il nodo dei costi di produzione

La contestazione degli agricoltori nasce anche dal divario tra i prezzi di mercato e i costi sostenuti dalle aziende.

Secondo i dati Ismea, i costi medi di produzione del grano duro nel Centro-Sud e in Sicilia raggiungono circa 318 euro per tonnellata, mentre nelle regioni centro-settentrionali si attestano intorno ai 302 euro per tonnellata. Valori che in molte aree risultano superiori alle quotazioni riconosciute ai produttori.

Per il settore significa lavorare con margini sempre più ridotti e, in alcuni casi, produrre sotto costo.

Superfici in calo e aziende in difficoltà

La crisi non riguarda soltanto i prezzi. Secondo i dati richiamati da Cia, negli ultimi anni le superfici coltivate a grano duro sono diminuite del 20%. Un segnale che, secondo le organizzazioni agricole, riflette la crescente difficoltà economica del comparto e il progressivo abbandono della coltura da parte di numerose aziende.

Paradossalmente, il 2026 dovrebbe registrare una produzione nazionale in crescita del 5%, con circa 3,8 milioni di tonnellate raccolte contro i 3,6 milioni della campagna precedente. L’incremento è però legato soprattutto a condizioni climatiche più favorevoli rispetto agli ultimi anni e non a un rafforzamento strutturale del settore.

Il tema delle importazioni

Tra i punti più sensibili della protesta c’è la questione delle importazioni. Le organizzazioni agricole sostengono che l’arrivo di grandi quantitativi di grano estero eserciti una pressione ulteriore sui prezzi interni, riducendo la capacità competitiva delle produzioni nazionali. Il tema è particolarmente sentito nei principali porti cerealicoli italiani, come Bari e Ravenna, scelti non a caso come luoghi simbolo della mobilitazione.

Da anni il settore chiede strumenti in grado di garantire maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e una valorizzazione più efficace del grano prodotto in Italia.

La battaglia per un “giusto prezzo”

Uno degli obiettivi principali della protesta riguarda proprio il riconoscimento di un prezzo considerato equo per i cerealicoltori.

Per questo motivo Cia ha sostenuto l’avvio della Commissione Unica Nazionale del grano duro, ritenuta uno strumento utile per rendere più trasparente la formazione delle quotazioni e riequilibrare i rapporti tra produzione, trasformazione e distribuzione.

Secondo l’organizzazione agricola, senza una maggiore remunerazione del prodotto nazionale il rischio è quello di assistere a un ulteriore ridimensionamento della cerealicoltura italiana.

Una crisi che riguarda tutta la filiera della pasta

La questione va oltre il reddito degli agricoltori. L’Italia resta uno dei principali trasformatori mondiali di grano duro e il primo produttore di pasta. Tuttavia, la riduzione delle superfici coltivate e la perdita di redditività delle aziende agricole rischiano di indebolire uno dei pilastri storici dell’agroalimentare nazionale.

È questo il messaggio che gli agricoltori porteranno nei porti di Bari e Ravenna. Senza un riequilibrio tra costi di produzione, prezzi di mercato e valorizzazione del prodotto italiano, la crisi del grano duro potrebbe trasformarsi in un problema strutturale per l’intera filiera cerealicola del Paese.


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