Imprenditoria femminile in Italia: un milione e trecentomila realtà che cercano terreno fertile
Oltre un milione e trecentomila imprese. È questo il perimetro dell’imprenditoria femminile in Italia al 31 dicembre 2025, secondo i dati dell’Osservatorio di Unioncamere elaborato con il supporto di SiCamera e del Centro studi Tagliacarne. Un universo produttivo che vale il 22,3 per cento del totale delle imprese registrate nel paese, ma che attraversa una fase di trasformazione: numericamente in lieve arretramento, strutturalmente in crescita.
Meno imprese, ma più grandi
Rispetto al 2024, le imprese femminili sono diminuite dello 0,3 per cento, con una contrazione di poco superiore alle quattromila unità. A ridursi sono soprattutto le microimprese e le ditte individuali, mentre le società di capitali sono cresciute del 2,6 per cento. Le imprese femminili con oltre cinquanta dipendenti hanno registrato incrementi dall’1,3 per cento nella fascia media fino al 3,8 per cento tra le realtà con più di 250 addetti. L’imprenditoria femminile italiana si sta consolidando e irrobustendo.
Il quadro nazionale non è uniforme. Il Trentino-Alto Adige guida la crescita con un incremento dell’1,1 per cento, seguito da Sicilia e Sardegna. Di segno opposto invece in Valle d’Aosta, Abruzzo e Calabria. A livello provinciale, Sondrio cresce del 2,5 per cento, mentre Crotone, Aosta, Rovigo e Isernia mostrano cali superiori al 3 per cento. Il Mezzogiorno resta l’area dove l’imprenditoria femminile ha la maggiore diffusione relativa, rappresentando per molte donne una via concreta verso l’autonomia economica laddove il lavoro dipendente fatica ad “assorbirle”.
I settori di riferimento
Le imprese guidate da donne si concentrano nei servizi alla persona, nell’assistenza sociale e nell’istruzione, dove coprono fra il 30 e il 40 per cento del totale. Una presenza rilevante si registra anche nell’agricoltura, nel commercio e nella ristorazione, con circa un quarto del totale. Più rara, ma in aumento, la presenza nei settori ad alta intensità tecnologica.
Il confronto europeo
Guardare oltre i confini nazionali ci aiuta a collocare il dato italiano in una prospettiva molto più ampia. Secondo Eurostat, la quota di donne in posizioni dirigenziali nell’Unione europea ha raggiunto il 35 per cento nel 2024. L’Italia si ferma però al 27,9 per cento, tra i valori più bassi dell’intero blocco comunitario, sopra solo alla Croazia e a Cipro. In cima figurano Svezia, Lettonia e Polonia, dove le donne ricoprono ruoli di vertice in oltre il 40 per cento dei casi. Invece sul fronte occupazionale, l’Italia presenta uno dei divari di genere più marcati d’Europa: quasi 20 punti percentuali separano il tasso di occupazione maschile da quello femminile.
Gli strumenti di sostegno disponibili
Il Piano Nazionale dell’Imprenditoria Femminile, gestito da Invitalia con Unioncamere per conto del Ministero delle Imprese, è finanziato con risorse del Next Generation EU. La Regione Lazio ha inoltre stanziato cinque milioni di euro con il bando “Donne, Innovazione e Impresa”, finanziato con fondi FESR, per sostenere le PMI femminili che investono in innovazione di prodotto o di processo.
I numeri rivelano che l’Italia ha un tessuto produttivo femminile significativo, ma che il cammino verso una piena parità di opportunità è ancora lungo e tortuoso. L’accesso al credito rimane uno degli ostacoli principali: secondo l’Ocse, le donne imprenditrici hanno circa la metà delle probabilità rispetto agli uomini di ricorrere a finanziamenti bancari. Un divario che riflette non soltanto difficoltà pratiche, ma stereotipi culturali ancora troppo radicati. Trasformare oltre un milione di imprese in un sistema competitivo e paritario richiede politiche coerenti e un cambiamento culturale che le statistiche, da sole, non possono produrre.
Torna alle notizie in home