Intelligenza artificiale: il futuro passa dalla formazione permanente
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L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più grandi rivoluzioni della storia moderna. Non è un fenomeno isolato, ma l’ultimo approdo di un lungo cammino di innovazioni che, dalla macchina a vapore fino alla rivoluzione digitale, hanno trasformato il lavoro, l’economia e la vita delle persone. Ogni svolta tecnologica ha prodotto crescita e benessere, ma anche squilibri e nuove disuguaglianze quando è stata lasciata esclusivamente alle logiche del mercato. L’IA non farà eccezione.
La differenza, questa volta, è la velocità. L’intelligenza artificiale modifica contemporaneamente produzione, servizi, informazione, ricerca scientifica, sanità, pubblica amministrazione e perfino i processi decisionali. Nessuna innovazione precedente aveva mostrato una capacità tanto pervasiva di incidere sulle attività umane. Proprio per questo essa non può essere considerata soltanto una questione tecnologica. È una grande questione politica, sociale ed etica.
I primi segnali sono già evidenti. Le piattaforme digitali, favorite da un ritardo culturale e normativo delle istituzioni democratiche, hanno accumulato immense ricchezze e una quantità senza precedenti di dati personali, trasformando tali informazioni in potere economico, capacità di orientare i consumi, influenza culturale e persino peso politico. Oggi poche grandi imprese private sono in grado di condizionare i mercati, la comunicazione pubblica e perfino la qualità del dibattito democratico. L’intelligenza artificiale rischia di rafforzare ulteriormente questa concentrazione, aprendo la strada a nuove forme di oligopolio globale e a un vero e proprio neo-feudalesimo digitale, nel quale pochi soggetti detengono conoscenza, ricchezza e capacità decisionale.
Governare l’intelligenza artificiale: regole, dati, algoritmi
Per questa ragione gli Stati democratici non possono limitarsi a inseguire gli eventi. Devono recuperare capacità di governo. Servono regole chiare sulla proprietà e sull’utilizzo dei dati, sulla trasparenza degli algoritmi, sulla responsabilità delle decisioni automatizzate e sulla tutela della concorrenza. La tecnologia non è mai neutrale: riflette gli interessi di chi la progetta, la possiede e la governa. Se manca una regolazione pubblica, saranno inevitabilmente i più forti a imporre le proprie convenienze.
Ma la regolazione, da sola, non basta. La vera infrastruttura dell’intelligenza artificiale sarà la conoscenza. Per questo il primo diritto del XXI secolo deve diventare il diritto alla formazione permanente. Nessun lavoratore potrà affrontare una trasformazione così profonda contando soltanto sulle competenze acquisite in gioventù. Sarà necessario imparare continuamente, aggiornarsi durante tutta la vita professionale, sviluppare capacità che consentano di collaborare con le nuove tecnologie anziché subirle. La formazione continua dovrà diventare un diritto universale e, nello stesso tempo, un dovere condiviso da lavoratori, imprese e istituzioni.
Anche il sistema delle relazioni industriali dovrà cambiare. Se l’intelligenza artificiale accrescerà in misura straordinaria la produttività, non sarà accettabile che tutti i benefici si concentrino nelle mani degli azionisti o delle grandi piattaforme. Occorre promuovere una partecipazione più ampia dei lavoratori sia ai risultati economici sia ai processi decisionali delle imprese. La partecipazione non è soltanto uno strumento di giustizia sociale; è anche un fattore di competitività, perché responsabilizza chi lavora, favorisce l’innovazione e rende più rapide le trasformazioni organizzative.
Un nuovo patto sociale per il lavoro che cambia
Una parte della ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale dovrebbe inoltre essere destinata, attraverso accordi collettivi e politiche pubbliche, a finanziare formazione permanente, politiche attive del lavoro e strumenti efficaci di ricollocazione. L’obiettivo non deve essere quello di difendere i vecchi lavori, ma di accompagnare rapidamente le persone verso quelli nuovi. La vera sicurezza non consiste nel conservare immutabile ogni posto di lavoro, bensì nel garantire a ciascuno la possibilità concreta di trovare una nuova occupazione qualificata.
È questa la sfida decisiva. L’intelligenza artificiale non deve produrre una società divisa tra una ristretta élite proprietaria delle tecnologie e una moltitudine di lavoratori sempre più marginali. Deve invece diventare un’opportunità di crescita diffusa, di maggiore libertà, di migliore qualità del lavoro e di sviluppo umano.
Per riuscirci occorre un nuovo patto sociale che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati, università e mondo della ricerca. Un patto fondato su diritti e doveri, merito e solidarietà, innovazione e partecipazione. Solo così l’intelligenza artificiale resterà ciò che deve essere: uno straordinario strumento al servizio dell’uomo e non il contrario. Perché il progresso non si misura dalla potenza delle macchine, ma dalla capacità delle democrazie di governarle nell’interesse della persona e della comunità.
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