Bologna, la guerriglia di chi processa lo Stato prima della verità
La magistratura farà luce sulla morte di Abderrahim Fakir. Intanto Bologna è ostaggio della guerriglia urbana e della violenza di piazza
Bologna si è svegliata con il conto da pagare dopo una notte di violenza. Vetrine distrutte, strade trasformate in un campo di battaglia, lanci di pietre e oggetti contro le forze dell’ordine, undici agenti feriti. Una guerriglia urbana che nulla ha a che vedere con il diritto di manifestare e che finisce per colpire, come sempre, i cittadini e chi lavora.
La morte di Fakir e il principio dello Stato di diritto
Tutto nasce dalla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta dopo un intervento delle forze dell’ordine. Sulle circostanze di quella vicenda spetterà alla magistratura fare piena luce. È un principio elementare dello Stato di diritto: prima si accertano i fatti, poi si formulano i giudizi.
Eppure c’è chi, ancora una volta, ha scelto la strada opposta. Prima ancora che le indagini possano chiarire responsabilità e dinamica, è partita la mobilitazione di una parte della Sinistra radicale e dei collettivi, culminata nella devastazione del centro cittadino. Il risultato è quello visto da tutti: Bologna ostaggio della violenza, attività commerciali danneggiate e agenti finiti nel mirino di chi pretende di trasformare ogni intervento delle forze dell’ordine in un processo politico.
È un copione ormai noto. Se la polizia interviene per fermare una situazione di pericolo viene accusata di repressione. Se non interviene viene accusata di lasciare soli i cittadini. Un doppio standard che finisce per delegittimare sistematicamente chi indossa una divisa e opera per garantire la sicurezza pubblica.
La protesta è un diritto costituzionalmente garantito. Devastare una città, aggredire le forze dell’ordine e seminare il caos non lo è. Confondere le due cose significa offrire una copertura a comportamenti che nulla hanno a che vedere con il dissenso democratico.
L’intervento di Tajani sulla guerriglia urbana di Bologna
Sul caso è intervenuto anche il Vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Tocca alla magistratura fare luce sulle circostanze che hanno portato alla morte di Abderrahim Fakir. Ma proprio per il rispetto che si deve alla verità, e al lavoro degli inquirenti, è inaccettabile il pregiudizio di una certa sinistra che non perde occasione di alimentare l’odio verso lo Stato e le forze dell’ordine. Chiamare i cittadini in piazza per esprimere sdegno, sapendo che degenererà in violenza e prima di conoscere i fatti, è da irresponsabili ed è una vergogna. Così come è criminale mettere a ferro e fuoco una città come Bologna. La massima solidarietà ai feriti tra le forze dell’ordine e a tutti i servitori dello Stato che ogni giorno, rischiando la vita e la propria incolumità, si prodigano per garantire la sicurezza dei cittadini».
La verità si cerca nelle aule, non nelle piazze
Le responsabilità individuali saranno accertate nelle sedi competenti. È questo che distingue uno Stato di diritto da una piazza che pretende di emettere sentenze prima ancora che emergano i fatti. La politica ha il dovere di condannare senza ambiguità la violenza e di difendere chi ogni giorno garantisce la sicurezza dei cittadini. Perché manifestare è un diritto. Devastare una città, aggredire le forze dell’ordine e trasformare il dissenso in guerriglia non lo sarà mai.
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