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Tecnologia

Andrea Orlandini: “Non basta un prompt l’IA va misurata sul lungo termine”

Intervista ad Andrea Orlandini, il presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA), che da 40 anni riunisce i maggiori esperti italiani del settore.

di Redazione -


di FRANCESCA GORINI

Intelligenza artificiale? Non basta smanettarci, occorre una formazione diffusa e gli scienziati devono dare un contributo in tal senso e anche alla politica, che fa bene a normare il settore ma non deve limitarsi a inseguire l’innovazione tecnologica. Lo dice Andrea Orlandini, il presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA), che da 40 anni riunisce i maggiori esperti italiani del settore. È anche primo ricercatore presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR e membro del Comitato istituito per delineare la Strategia nazionale per l’IA presso il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del consiglio.

Tutti parliamo di intelligenza artificiale, la usiamo o almeno ci proviamo. Ma è davvero una nuova porta della conoscenza aperta a chiunque?

“Non è così e proprio per questo l’intervento più urgente è la formazione. Per molto tempo l’IA è stata considerata una tecnologia per specialisti, poi le piattaforme sono divenute accessibili a tutti e con un “semplice” prompt sembra possibile interagirci senza alcuna competenza specifica. L’IA entra così nei processi produttivi, nella p.a., nella sanità, nella scuola e nella ricerca. Ma serve un’alfabetizzazione per cittadini, lavoratori e manager, una cultura diffusa per comprendere opportunità e rischi, per formare non solo nuovi esperti ma persone capaci di delegare un compito a un sistema automatico, di capire quando fidarsi e quando usare lo spirito critico. La competenza non è semplice capacità di utilizzare uno strumento, chi usa l’IA deve comprendere dati, modelli, criteri di valutazione, aspetti etici e normativi, occorrono una competenza multidisciplinare e un aggiornamento continuo”.

È questo che fate con AIxIA, la principale associazione scientifica italiana sull’intelligenza artificiale?

“AIxIA esiste dal 1988, faccio notare che la comunità scientifica italiana si occupa di intelligenza artificiale da più di 40 anni: ricercatori, universitari, studiosi lavorano su machine learning e robotica, sistemi intelligenti, elaborazione del linguaggio naturale, etica. In particolare ci concentriamo su promozione della ricerca, iniziative formative, supporto alle istituzioni e confronto con la società civile. In sostanza, l’IA non può rimanere confinata nei laboratori, deve coinvolgere, in particolare le scuole, le nuove generazioni che convivranno con sistemi sempre più pervasivi”.

Lei è ricercatore CNR e con il suo Presidente Andrea Lenzi siete nel Comitato IA del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, con il sottosegretario Alessio Butti. La comunità scientifica può dare un contributo ai decisori politici?

“Può dare una visione di lungo periodo. Le tecnologie evolvono rapidamente, una strategia per l’IA non può inseguire le innovazioni, deve costruire la competitività dell’Italia, che parte da basi più solide di quanto si pensi. Abbiamo una tradizione di alto livello, centri riconosciuti a livello internazionale e un tessuto industriale che mostra interesse verso queste tecnologie. Il CNR, per esempio, opera con diversi istituti, risultati teorici e tecnologici innovativi, promuove il dottorato (PhD-AI.it) e coordina il partenariato FAIR finanziato dal PNRR. L’obiettivo è favorire l’impatto concreto su salute, manifattura, ambiente, patrimonio culturale, cybersecurity, pubblica amministrazione”.

Le recenti disposizioni del Consiglio dei Ministri mettono l’Italia in una posizione di avanguardia, ma una normativa nazionale in materia di IA serve? Divieti e imposizioni sono utili e praticabili, con una tecnologia che corre così veloce?

“L’Italia si è mossa con tempestività, è stata il primo paese europeo a varare una legge nazionale sull’intelligenza artificiale. Il dibattito europeo, l’attuazione dell’AI Act e le disposizioni varate dal Governo dimostrano una positiva consapevolezza di voler normare “meglio”. È necessario farlo perché l’IA incide su diritti fondamentali, organizzazione del lavoro, sicurezza e accesso alla conoscenza: la normativa deve accompagnare l’innovazione, non rallentarla, governarla e orientarla verso finalità socialmente utili”.

Ma la tecnologia non va avanti da sola?

“La tecnologia andrà sicuramente avanti. Lo ha sempre fatto. Ma può essere indirizzata. Siamo realistici, nessuna norma terrà il passo dell’innovazione, la regolamentazione non può descrivere nel dettaglio ogni tecnologia ma deve fissare principi, responsabilità e garanzie generali. Anche con strumenti dinamici: standard tecnici, valutazioni indipendenti, trasparenza, formazione e capacità di vigilanza. In altre parole, serve la governance: un processo continuo, non un insieme di regole scritte una volta per tutte”.

Giorgio Parisi evidenzia il rischio di un monopolio dell’informazione generato dai sistemi di IA.

“Preoccupazione che merita attenzione. Internet ha ampliato l’accesso alle informazioni moltiplicando le fonti. Oggi però l’utente non consulta più le fonti, riceve una sintesi: l’IA introduce un nuovo livello di mediazione e se pochi soggetti controllano modelli, infrastrutture computazionali e canali di distribuzione è ovvio il rischio di una concentrazione globale del potere informativo, che potrebbe aggravare le tensioni geopolitiche. Occorre garantire pluralismo, trasparenza e verificabilità delle fonti. Gli utenti devono sapere da dove provengono le informazioni e confrontare punti di vista diversi. L’Europa e l’Italia hanno il compito di sostenere un ecosistema autorevole, pluralista, aperto, competitivo e scientificamente indipendente”.

Un protocollo condiviso diviene sempre monopolio, non è già accaduto con il web o Google?

“In parte sì. Le tecnologie digitali seguono una dinamica ricorrente: l’apertura iniziale favorisce l’innovazione, ma poi emergono forti concentrazioni di mercato. Per l’IA, poi, oltre alle piattaforme servono enormi quantità di dati, capacità di calcolo, modelli e competenze e questo può alzare ulteriormente le barriere all’ingresso per i competitor. Occorre agire in anticipo: non per impedire il successo delle imprese innovative ma per evitare che l’accesso a conoscenza, ricerca e servizi dipenda da pochi attori. L’equilibrio tra innovazione e pluralismo è questione che riguarda l’economia digitale e la qualità delle democrazie. Dobbiamo assumerci la responsabilità di un ecosistema aperto e trasparente”.

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