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Cinema

Intervista a Jordan River: regista e sceneggiatore de “Il Monaco che vinse l’Apocalisse”

di Cinzia Rolli -


Jordan River, regista e sceneggiatore dal tocco unico e riconoscibile, pur avendo le sue radici in Italia, ha saputo conquistare la critica internazionale grazie alla sua capacità di raccontare l’essenza dell’essere umano attraverso l’uso innovativo del 3D e del 4K HDR. Vincitore di prestigiosi riconoscimenti come il Silver Screen Award a Hollywood, River è oggi una delle personalità artistiche più sensibili; innovativo e visionario nel modo di presentare le sue opere.

Nel raccontare Gioacchino da Fiore ne Il Monaco che vinse l’Apocalisse, ha dovuto spiegare al grande pubblico argomenti profondi e complessi. Qual è il ‘simbolo’ che è stato più difficile da rendere cinematograficamente senza tradirne il significato mistico?

“Il film è attraversato da grandi temi e simbologie. Gioacchino parlava attraverso immagini e archetipi, molti dei quali raccolti nel Liber Figurarum, di cui un esemplare è conservato a Oxford. Parlando di simbologie, dal punto di vista tecnico il Drago è stato il più complesso, siamo riusciti a realizzarlo grazie alla Virtual Production, una tecnica utilizzata dalle grandi produzioni internazionali.  Ma il vero nodo sono stati i Cerchi Trinitari: in apparenza semplici, eppure capaci di racchiudere un universo. Nei tre cerchi Gioacchino descrive il tempo, la natura umana, l’evoluzione spirituale. Tradurli in cinema significava rendere accessibile ciò che è immenso. Per questo il film è costruito su tre ritmi, tre tempi, tre livelli narrativi e tre temi musicali. La vittoria sul male avviene attraverso lo “scudo” dei tre cerchi: forme essenziali che, appena la coscienza le sfiora, si aprono come una cattedrale”.

In sala di montaggio c’è mai stato un momento in cui il film su Gioacchino da Fiore sembrava prendere una direzione opposta a quella che lei aveva in mente?

“Sì. L’universo gioachimita è talmente ampio che in sala editing tutto sembrava possibile. La scena che ha rischiato di cambiare direzione è il finale. Non mi convinceva: capivo che dovevo affidarmi all’istinto più che al copione. La svolta è arrivata da un dettaglio che nessuno aveva notato sul set. Nel momento della morte di Gioacchino, una farfalla attraversa l’inquadratura e si posa dietro il suo capo, come un’aureola. Non è un effetto visivo, è accaduto davvero. Quella sequenza scartata è diventata la chiave mistica del finale”.

Per quanto riguarda la tecnologia del 3 D ritiene che sia un modo efficace per competere con la grande produzione americana o un mezzo fornito allo spettatore per aiutarlo ad immergersi completamente nella trama del film?

“Nel film convivono CGI, fotogrammetria 3D, compositing e Virtual Production. È il primo film italiano girato in 12K e il primo al mondo a integrare Onde Theta e concetti di Cromoterapia. Quando il contenuto è forte, la tecnologia diventa un ponte, non un fine. Durante la campagna Oscar®, con il film selezionato dall’Academy, molti professionisti internazionali hanno riconosciuto proprio questa qualità”.

Il messaggio di Gioacchino da Fiore sta viaggiando a livello internazionale velocemente e senza confini, se potesse fare una domanda e una sola al Monaco cosa gli chiederebbe?

“Gli chiederei di continuare a portare ovunque il suo messaggio di speranza e di pace, soprattutto in un’epoca fragile come la nostra”.

Da Los Angeles a Tokyo, qual è il commento che ha ricevuto per il film Il Monaco che vinse l’Apocalisse?

“Il film divide quando lo spettatore è legato ai soliti cliché e rimane spiazzato; ma unisce quando chi guarda ha cuore e mente aperti, entrando subito nella sua dimensione poetica e mistica. Ovunque sia stato proiettato e visto – Regno Unito, USA, Germania, etc. – ha toccato profondamente il pubblico. In Germania, nei primi giorni, è stato tra i titoli più visti. È un film “senza scadenza”: parla del tempo, dell’amore, della vita oltre la vita”.

Lunedì 30 al Cinema Azzurro Scipioni a Roma ci sarà una nuova proiezione del film. Qual è l’emozione che spinge così forte l’anima di questa opera?

“Il film nasce dalle emozioni e continua a vibrare su quelle stesse corde. Dopo la visione molti spettatori sentono il bisogno di creare: disegnano, scrivono poesie, vivono dimensioni oniriche più profonde, guardano la vita con maggiore gratitudine. Il film ricorda che il corpo è solo uno strumento e che senza lo spirito siamo polvere. Gioacchino può guidare l’umanità a cercare Dio nella propria esistenza, anche quando non ci si considera credenti: la ricerca dell’Eterno è un dono riservato ai cuori liberi e alle anime gentili. Il 30 marzo non è una data qualunque: ricorrono gli 824 anni dalla scomparsa di Gioacchino da Fiore. A Roma, al Cinema Azzurro Scipioni, si ritroveranno esponenti del Vaticano, filosofi, scrittori, poeti, cristiani e buddhisti, ma anche atei e liberi pensatori per vedere il film e dialogare sul suo pensiero, un patrimonio che appartiene all’umanità intera. Nello stesso giorno il film arriva anche in Giappone, una coincidenza potente. Come ricorda il Vangelo di Matteo, “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”. È un’immagine che sembra accompagnare il viaggio del film: una luce che attraversa i confini e unisce gli sguardi”.


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