Intervista a Sara Kelany (FdI): “Dal Medioriente ai rimpatri, l’Ue segue la linea italiana. Col sì alla riforma chi sbaglia paga”
“Il quadrante mediorientale è da sempre un’area geopolitica particolarmente in difficoltà. Le tensioni che si sono registrate dal 7 ottobre in poi sono andate via via crescendo e non dobbiamo dimenticare che l’Iran è sempre stato un attore fondamentale”. A sottolineare a L’identità come l’escalation che ha portato all’operazione militare congiunta di Usa e Israele abbia radici lontane, è Sara Kelany, deputata di FdI e responsabile nazionale del Dipartimento immigrazione del partito. “La volontà dell’Iran è sempre stata quella di evitare che Israele sottoscrivesse gli accordi di Abramo ed è riuscito fare una sorta di alleanza tra l’islam sciita iraniano e l’islam sunnita della fratellanza musulmana. Non era facile, l’Iran è stato intelligente sotto questo profilo e ha creato la cosiddetta asse del male”.
L’Iran è stato abile a lavorare sottotraccia?
“Assolutamente, nella loro ottica sono stati ‘strategicamente’ intelligenti ma il fatto che Israele abbia reagito con determinazione al pogrom del 7 ottobre, la difesa nei confronti di terroristi di Hamas e anche la posizione particolarmente utile che l’Italia ha avuto in questa partita all’interno del quadrante mediorientale, lo dimostrano gli attacchi immediati e sconsiderati dell’Iran anche nei confronti dei stati arabi sunniti. Il ruolo che può giocare il nostro governo è fondamentale: nella consapevolezza che non si può spaccare l’asse atlantista, il fatto che il nostro presidente del Consiglio abbia un rapporto privilegiato con gli Usa consente un’interlocuzione molto fruttuosa. Non solo, Giorgia Meloni ha un’interlocuzione molto fitta anche con gli Stati arabi e questo ha dato una marcia in più all’Italia sia come soggetto di mediazione nel conflitto israelo-palestinese sia come soggetto capace di aiutare fattivamente più di ogni altro il popolo palestinese. E alla luce di questo appare ancora più grave il fatto che i pro-Pal italiani non riescano a definire Hamas una organizzazione terroristica e ciò sottolinea una strisciante e talvolta palese adesione alle ragioni di un movimento che, ripetiamolo, è un movimento terroristico”.
Il ruolo dell’Ue?
“Guardi, io ho notato anche in questo frangente un atteggiamento di sostanziale equilibrio dell’Europa e sono assolutamente persuasa del fatto che sia stato anche merito del governo italiano che ormai in Europa è riconosciuto come autorevole, forte e un ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti, tra l’Europa e l’Occidente. In questa partita l’Europa – e l’Italia in particolare – giocheranno un ruolo importantissimo che è quello di mediazione e di costruzione: quello di porsi come soggetto interlocutore capace di innescare una de-escalation”.
Parliamo di immigrazione: il recente aumento dei trasferimenti verso il centro di Gjadër segnala un’accelerazione del “modello Albania”. Possiamo dire che è entrato finalmente a regime? Pensa che possa diventare un riferimento europeo nella gestione dei flussi migratori?
“Quello di cui le sinistre dell’Italia non si sono minimamente rese conto è proprio questo: il fatto che le politiche europee stiano andando esattamente nella direzione disegnata dal governo italiano. Non appena l’Italia si è avventurata in questo nuovo paradigma, non solo molte cancellerie europee si sono complimentate – dal premier britannico laburista Starmer al cancelliere tedesco Merz e alla Premier socialdemocratica danese Frederiksen – ma lo hanno fatto quando all’inizio sembrava non funzionare. E il motivo è presto detto: all’inizio il modello si è ‘inceppato’ perché la nuova via era stata disegnata sul solco già tracciato da precedenti direttive europee. E nonostante questo la magistratura italiana si è arrogata il diritto di stabilire quali fossero o meno Paesi sicuri – asserendo che fosse prerogativa non dello Stato ma del singolo giudice – e rimandando indietro soggetti con curriculum criminali. Pensi che ben quindici Stati europei si sono schierati con l’avvocatura di Stato italiano dinanzi al giudizio alla Corte di Giustizia Ue. Questo le da la misura della trasversalità europea rispetto a questo approccio. In un secondo momento, quando abbiamo attivato quei centri anche come CPR ordinari, non solo per le procedure accelerate di frontiera -attualmente a pieno regime – ogni posto è stato coperto da soggetti con profili di altissima pericolosità sociale e che devono essere rimpatriati nei Paesi di provenienza”.
E in che modo il ricorso alle strutture all’estero rafforza la capacità dell’Italia di dissuadere gli arrivi illegali e di organizzare rimpatri efficaci, rispetto alla gestione tradizionale sul territorio nazionale?
“Vorrei premettere: l’obiettivo dei Return hubs (hub di rimpatrio situati in paesi terzi extra-UE, ndr) dei quali si sta discutendo in Europa, sono individuati all’interno del cosiddetto Patto di Migrazione e Asilo che entrerà in vigore nel 2026 e che la lista dei Paesi sicuri è già entrata in vigore perché è stata chiesta un’accelerazione; e i paesi indicati dall’Italia sono stati gli stessi indicati dall’Ue. Quindi l’Europa nella sua normativa è esattamente allineata con l’Italia. Con riferimento ai rimpatri, è innegabile che siano complessi per tutti: perché costano e perché è complesso riuscire ad avere tempestivamente delle notizie dai Paesi di provenienza. Il governo, nell’ultimo anno, ha aumentato del 30% i rimpatri e il tempo di trattenimento all’interno dei CPR fino a 18 mesi, prima erano 90 giorni. Questo incremento è direttamente proporzionale alla possibilità di rimpatriare un soggetto. L’Europa, nel Patto di Migrazione e Asilo ha stabilito un ulteriore limite, a 30 mesi. Lo chiede l’Europa, vediamo adesso cosa diranno gli europeisti…”
A proposito di magistratura, mancano venti giorni al referendum: questa riforma può aiutare il cittadino nel percepire il giudice veramente come terzo?
“Ad oggi la magistratura vive in un sistema ’avvelenato’ dalle correnti politicizzate, come se fossero dei veri e propri centri di potere: esiste un’associazione privata, l’Anm, a cui sono iscritti il 97% dei magistrati italiani che è divisa al suo interno in correnti come se fossero dei veri e propri partiti. Andando a votare Sì il 22 e il 23 marzo succederanno tre cose: si sorteggeranno i membri del CSM che adesso sono lottizzati da questi ’partiti politici’; la separazione delle carriere, ovvero il fatto che il pubblico ministero debba essere separato dal giudice, mentre oggi c’è una commistione; e infine verrà creata un’Alta corte di giustizia disciplinare: il giudice che sbaglia pagherà. Quando si pensa ai giudici che non pagano, si pensa automaticamente all’innocente in carcere, ma questa è solo la punta dell’iceberg. Esistono casi altrettanto gravi anche in materia civile, per non parlare del fatto che anche quando i tempi delle sentenze non vengono rispettati nessuno ne risponde. Il Sì consentirà finalmente ai cittadini di vedere che il giudice che è inerte, che sbaglia, che fa errori grossolani e macroscopici, almeno non farà più carriera e pagherà per i propri errori”.
Torna alle notizie in home