Intervista a Valerio de Gioia: “Se quell’uomo era così violento da poter uccidere, noi dobbiamo mettere lui in carcere, non la donna in un luogo protetto”
Intervista al magistrato della Corte di Appello di Roma Valerio de Gioia, esperto di reati del Codice Rosso e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio
Ha dedicato oltre 200 pubblicazioni a questi temi e li affronta ogni giorno in aula. Perché le donne hanno così tanta paura di denunciare?
“Quando si denuncia una violenza domestica non si sta denunciando il furto della borsetta in metropolitana. In quel caso andresti subito dalle forze dell’ordine a raccontare tutto nei dettagli. Quando invece denunci maltrattamenti che hai vissuto per anni all’interno della tua famiglia, da parte dell’uomo con cui hai forse dei figli o che è l’unico a lavorare perché hai scelto – una scelta poi rivelatasi sbagliata – di dedicarti ai bambini, ecco che davanti alle forze dell’ordine, per quanto preparate, scatta una sorta di pudore, di vergogna, di terrore. Molte donne cercano anche di ritirare la querela per paura”.
Una volta che la donna denuncia, i tempi di ascolto si allungano. Questo ritardo può costare la vita?
“Sì, perché nel momento in cui una donna decide di denunciare è anche il momento in cui si espone maggiormente al rischio. L’uomo che esercita il controllo non accetta la denuncia e può arrivare ai gesti estremi. Non è un caso che il femminicidio venga consumato spesso al ridosso dell’udienza penale o di quella di separazione. Ecco perché la legge prevede l’obbligo del pubblico ministero di sentire la vittima entro tre giorni: non perché il Pm sia più capace delle forze dell’ordine, ma perché ha un potere che queste non hanno, quello di chiedere l’applicazione di una misura cautelare. E su questo l’invito che faccio spesso ai miei colleghi è saper valutare l’elemento di rischio, non sottovalutarlo, e adottare misure adeguate. Quante volte sentiamo che nonostante il braccialetto elettronico la donna è stata uccisa? Probabilmente lì c’è un errore: se invece del divieto di avvicinamento avessero disposto la custodia cautelare in carcere, avremmo salvato quella donna dal femminicidio e quell’uomo dal carcere a vita”.
Dalle sue parole sembra quasi che il braccialetto elettronico non serva davvero. È così?
“Il braccialetto elettronico non è uno strumento che impedisce l’avvicinamento, non ti dà una scossa elettrica. Segnala alle forze dell’ordine che quell’uomo ha violato il limite spaziale, dopodiché le forze dell’ordine devono attivarsi immediatamente per intercettarlo. È un ausilio, non è risolutivo. Dobbiamo anche considerare che un femminicida su tre si toglie la vita: questo ci dice che anche la pena di morte – che non vorrei mai nel nostro ordinamento – non sarebbe deterrente per uno su tre, perché ha già deciso di non sopravvivere. Nei casi più gravi bisogna avere la sensibilità di non sottovalutare il racconto e calibrare una misura adeguata, soprattutto nella prima fase, che è quella in cui l’uomo scopre di essere stato denunciato e può arrivare al gesto estremo”.
La legge del 2025 ha introdotto l’ergastolo per il femminicidio. Ma è davvero carcere a vita?
“L’ergastolo non deve essere confuso con i benefici penitenziari. La legge del 1975 consente all’ergastolano, già dopo dieci anni, di accedere a permessi premio, quale anno dopo alla semilibertà e alla liberazione condizionale. La legge del 2025 ha ristretto questi benefici, ma non li ha eliminati. Si discute se inserire il femminicidio tra i reati ostativi, come quelli di mafia o terrorismo, che impediscono l’accesso ai benefici: non sarebbe sbagliato. Ma dobbiamo essere onesti: l’ergastolo come pena assoluta non esiste nella pratica. Esiste il percorso di recupero, che per i reati contro le donne dovrebbe essere potenziato. Quando questo percorso viene intrapreso spontaneamente, perché il soggetto riconosce di avere un problema, forse si riesce davvero a recuperarlo. Quando invece lo si fa per ottenere la sospensione condizionale o i benefici penitenziari, è evidente che l’ottica è utilitaristica, non di recupero reale”.
Le statistiche mostrano un calo delle denunce. È davvero un miglioramento o le donne non si fidano più?
“C’è una tendenziale sfiducia. Se accendendo la televisione si scopre che la donna che ha denunciato poi è stata uccisa dall’uomo che ha reagito così alla denuncia, perdiamo la fiducia di quella che dobbiamo proteggere. Però c’è qualcosa di importante da spiegare: non deve essere necessariamente la vittima a denunciare. Quante volte, dopo un femminicidio, qualcuno racconta che erano mesi che sentivano litigare, che vedevano i segni sul volto? Ebbene, il vicino di casa che sente con frequenza aggressioni può andare dalle forze dell’ordine a denunciare, e il procedimento inizia. Se ha paura di esporsi, può fare una segnalazione anonima: le forze dell’ordine ti identificano, ma il segnalato non saprà mai che sei stato tu. E quando dico che se quella donna non ha denunciato è colpa nostra, intendo proprio questo: dobbiamo trovare strumenti per tutelarla anche senza di lei”.
La violenza di genere si è estesa anche al digitale. Come si affronta?
“Il problema della violenza sulle donne è culturale. I deep nude — immagini create con l’intelligenza artificiale che utilizzano il volto reale in contesti pornografici — sono quasi impossibili da rimuovere definitivamente dalla rete. La Commissione d’inchiesta sul femminicidio, di cui sono consulente, sta terminando una relazione sulla violenza digitale con suggerimenti per potenziare gli strumenti di tutela. Ma la vera risposta è la scuola. Spieghiamo alle ragazze che quando il fidanzatino chiede di geolocalizzarla, non è amore, è controllo. Che la foto intima mandata al proprio ragazzo, nella migliore delle ipotesi, arriva a tutti i suoi amici. Nella peggiore, finisce su internet per sempre”.
Cosa non sa la maggior parte delle donne che subisce violenza?
“Non sanno che per denunciare non si paga nulla, che per questa tipologia di reati si ha diritto al patrocinio a spese dello Stato a prescindere dal reddito, che esiste il reddito di libertà, il microcredito, protocolli con le banche per la sospensione del mutuo o l’assegnazione prioritaria degli alloggi popolari. Si ignora che la violenza psicologica – la mortificazione costante, l’umiliazione – è reato al pari di quella fisica. Anche il controllo ossessivo delle spese è violenza economica. E molti figli non sanno che la violenza assistita – crescere vedendo il proprio padre picchiare la propria madre – è a tutti gli effetti un trauma che difficilmente verrà eliminato. E poi ci sono gli orfani di femminicidio, i doppiamente orfani, quelli che perdono la madre uccisa e il padre destinato al carcere. La legge li tutela, ma dobbiamo fare di più.”
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