Iran: la guerra non va come vogliono gli Stati Uniti
Crosetto nega l'uso di Sigonella ai bombardieri Usa
L’ebbrezza da nuova “notte di Sigonella” è durata poco. Giorgia Meloni non è Bettino Craxi e Guido Crosetto non è Giovanni Spadolini. L’ottobre del 1985 è molto lontano nel tempo e una Craxi (Stefania) non fa primavera. Palazzo Chigi ha smorzato gli entusiasmi, chiarendo che non cambia nulla nei rapporti con gli Stati Uniti. In buona sostanza, le basi americane in Italia restano in funzione.
Prima il “no”, poi le precisazioni
Il diniego del governo meloniano all’utilizzo della “Portaerei del Mediterraneo” siciliana, motivato dal mancato passaggio preventivo previsto dagli accordi, è stato sgonfiato come un pallone nel giro di qualche ora. L’esecutivo continuerà “ad operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà del Governo e del Parlamento, garantendo al contempo affidabilità internazionale e piena tutela dell’interesse nazionale”.
“Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi”, ha scritto su X il ministro della Difesa Crosetto.
Colpita un’azienda che produce farmaci antitumorali
Sul campo, si è registrata un’azione particolarmente riprovevole. Una delle più grandi aziende farmaceutiche iraniane, produttrice di anestetici e farmaci antitumorali, è stata colpita in raid congiunti di Stati Uniti e Israele.
L’arretramento delle portaerei degli Stati Uniti
Le portaerei della marina americana si sono ritirate a più di mille chilometri dalle coste iraniane. A renderlo noto è stato il vice comandante del CGRI, il generale Ali Fadavi, alla televisione di Stato iraniana: “Il punto più vulnerabile degli americani sono le loro navi. Né nel Golfo Persico, né a mille chilometri da noi, non ci sono portaerei. L’America invia falsi segnali, e le loro navi sono molto più lontane di quanto affermino, il che dimostra la piena preparazione delle nostre forze”.
Trump contro la Francia
Il presidente statunitense Donald Trump, sempre meno affidabile ed equilibrato, ha accusato la Francia di essere “molto poco collaborativa” nell’aggressione militare contro la Repubblica islamica. Il tycoon ha minacciato Parigi: “Gli Stati Uniti non lo dimenticheranno”. Attraverso Truth Social, Trump ha fatto sapere che “la Francia non ha permesso agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il territorio francese”. La replica transalpina non si è fatta attendere: “Confermiamo questa decisione, che è coerente con la posizione francese fin dall’inizio di questo conflitto”.
Il capo della Casa Bianca ha inviato anche messaggi contraddittori riguardo alla questione dell’apertura dello Stretto di Hormuz. In un’intervista alla Cbs, ha detto di “non essere ancora pronto” ad abbandonare l’opzione di forzare l’apertura del “passaggio”. Al Wall Street Journal, invece, Trump aveva dichiarato di essere sul punto di rinunciare all’apertura di Hormuz poiché un impegno militare per raggiungere questo obiettivo avrebbe allungato i tempi previsti per la fine della guerra.
L’iniziativa di Cina e Pakistan
Un piano in cinque punti con un appello affinché le “ostilità” finiscano “immediatamente” e colloqui di pace si tengano “al più presto”, è il risultato dell’incontro a Pechino tra il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, e il vicepremier e ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Cina e Pakistan hanno presentato quella che da Islamabad chiamano “Iniziativa in cinque punti per il ripristino della pace e della stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo”.
Dar ha annunciato che il suo Paese potrebbe ospitare nei prossimi giorni negoziati tra delegazioni di Iran e Usa. Il faccia a faccia cinese è servito per “riesaminare la situazione nella regione del Golfo e in Medio Oriente” e ribadire che “dialogo e diplomazia sono l’unica opzione possibile per risolvere i conflitti”.
La minaccia di Katz
Israele non ha intenzione di fermarsi. Le Forze di difesa israeliane (Idf) demoliranno tutte le case dei villaggi libanesi che si trovano al confine. Lo ha comunicato il ministro della Difesa Israel Katz, spiegando che lo Stato ebraico agirà “come a Rafah nella Striscia di Gaza”. L’obiettivo di Tel Aviv è creare una “zona di sicurezza” all’interno del Paese dei Cedri fino al fiume Litani, per contrastare Hezbollah.
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