La diaspora democratica

Cosa dovrà essere il Pd? È la domanda che rende insonni le notti di Letta. Il pisano, stavolta, non può sbagliare. Ecco perché non bastano cuscini o qualche carezza da parte di Gianna a contenere l’agitazione di un uomo, il cui destino è nelle proprie mani. Secondo chi lo conosce bene, il padrone incontrastato dei sogni di Enrico sarebbe il preside di Hogwarts Albus Silente, che gli ripeterebbe senza sosta: “Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo”. Se vincerà le regionali, nessuno si ricorderà più del 25 settembre. Se arriverà un’altra batosta, al contrario, nessuno dirà più che oltre al berlusconiano Gianni esista un’altra persona col suo stesso cognome a occuparsi di politica. Le ultime dichiarazioni sul congresso sono un semplice bluff. Il segretario non ha intenzione di anticipare nulla. Vuole solo tempo, ovvero quei giorni indispensabili a definire il nuovo scacchiere. Nel caso in cui i dem, per qualsiasi ragione al mondo, dovessero vincere in Lazio o Lombardia, l’ultima Caporetto di Palazzo Chigi non sarà più neanche nominata da chi si occupa di res publica.

Il solito incubo

In questo percorso esiste un solo tormento: Matteo Renzi. “Stai sereno”. La voce del Voldemort di Firenze ritorna sempre. Non è un caso che a guastare l’armonia del Pd sia ancora una volta la Leopolda. La trovata dell’ultima ora si chiama Letizia Moratti. Questa signora manda in tilt il partito delle chat. Nessuno lo ammette, ma c’è già chi si sente derubato in casa propria. Dire che non si può candidare una “berlusconiana” è solo una banale scusa. Il Pd, lo sanno anche i bambini, ricicla qualsiasi cosa provenga da Arcore. Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini ne sono la prova. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando delle stesse persone che hanno sostenuto Conte quando ha lasciato il braccio di Salvini. La verità è che a far tremare Letta sotto le coperte sono le parole dell’ex capogruppo Luigi Zanda che invita i suoi a sostenere il nome indicato da Italia Viva. Non stiamo parlando, del classico ex renziano a cui manca il primo amore, ma dell’essenza della sinistra. Se non ci sono più i compagni, l’intera creatura dem, a Milano e non solo, non ha ragione di esistere. Se un membro del clan del paracadute, come Carlo Cottarelli, dice che senza i terzopolisti non si va da nessuna parte, bisogna solo decidere se ridare la corona al vecchio monarca o fare l’ennesima crociata, col professorone di turno, secondo i più fatale. Una cosa è certa, qualcuno lascerà il Nazareno.

La sinistra del Conte

Il male centrista sorvola pure i limpidi cieli del Lazio. Le ambizioni di Alessio D’Amato provocano l’ira di un tale e incontrollabile Nicola Zingaretti. Quest’ultimo non può farsi scavalcare dal suo secondo, anche se ciò significa sposare la battaglia grillina sull’inceneritore. A proposito di gialli, qualche progressista ha già lasciato la casa madre per abbracciare l’avvocato di Volturara Appula. Ecco perché lo “stratega de Roma” Goffredo, con la scusa del libro, ha ben pensato di invitare a banchetto il capo dei pentastellati. Il messaggio proveniente dal mondo del comico genovese è chiaro: “diciamo no al Pd, ma non a qualche amico che, pur non rinnegando il passato, è pronto a sposare la causa”.

Il congresso della confusione

Tutto ciò cambia ogni equilibrio in vista della partita congressuale di marzo. L’unica candidata, allo stato, si chiama Paola De Micheli. A sapere della sua discesa in campo, però, è il solo Pierluigi Bersani, che in ambito dem conta quanto il “quattro di bastoni” nel tressette. Stefano Bonaccini è il designato fino a quando non uscirà il Dario Nardella di turno, sulla carta suggestione, ma nei fatti già in campo. L’emiliano, quindi, non vive meglio del toscano che dovrebbe succedere. Basta qualche dichiarazione pro Letta per far storcere il naso a quelli di Base Riformista: “Vi siete messi d’accordo – avrebbe scritto qualcuno – sulle date. Non ci prendete per i fondelli”. Non è da escludere, pertanto, un Minniti bis. Lo stesso Enrico potrebbe ingannarlo, non avendo intenzione di lasciare la poltrona principale. Ecco perché, secondo alcuni, avrebbe chiamato gli amici cronisti e fatto cancellare il nome di Elly Schlein. Un suo simile, frutto del laboratorio Scientologist, avrebbe creato confusione. Meglio diffondere profili sgradevoli, come quelli del segretario della Cgil Landini, che tra l’altro dopo una settimana ha scaricato chi lo aveva invocato. La sola certezza è che tutto passa per Roma e Milano. Lazio e Lombardia decideranno le sorti di un’entità politica, che dovrà scegliere tra dividersi, sottostare a Renzi, fare da stampella a Conte o peggio ancora morire.

Cosa dovrà essere il Pd? È la domanda che rende insonni le notti di Letta. Il pisano, stavolta, non può sbagliare. Ecco perché non bastano cuscini o qualche carezza da parte di Gianna a contenere l’agitazione di un uomo, il cui destino è nelle proprie mani. Secondo chi lo conosce bene, il padrone incontrastato dei sogni di Enrico sarebbe il preside di Hogwarts Albus Silente, che gli ripeterebbe senza sosta: “Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo”. Se vincerà le regionali, nessuno si ricorderà più del 25 settembre. Se arriverà un’altra batosta, al contrario, nessuno dirà più che oltre al berlusconiano Gianni esista un’altra persona col suo stesso cognome a occuparsi di politica. Le ultime dichiarazioni sul congresso sono un semplice bluff. Il segretario non ha intenzione di anticipare nulla. Vuole solo tempo, ovvero quei giorni indispensabili a definire il nuovo scacchiere. Nel caso in cui i dem, per qualsiasi ragione al mondo, dovessero vincere in Lazio o Lombardia, l’ultima Caporetto di Palazzo Chigi non sarà più neanche nominata da chi si occupa di res publica.

Il solito incubo

In questo percorso esiste un solo tormento: Matteo Renzi. “Stai sereno”. La voce del Voldemort di Firenze ritorna sempre. Non è un caso che a guastare l’armonia del Pd sia ancora una volta la Leopolda. La trovata dell’ultima ora si chiama Letizia Moratti. Questa signora manda in tilt il partito delle chat. Nessuno lo ammette, ma c’è già chi si sente derubato in casa propria. Dire che non si può candidare una “berlusconiana” è solo una banale scusa. Il Pd, lo sanno anche i bambini, ricicla qualsiasi cosa provenga da Arcore. Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini ne sono la prova. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando delle stesse persone che hanno sostenuto Conte quando ha lasciato il braccio di Salvini. La verità è che a far tremare Letta sotto le coperte sono le parole dell’ex capogruppo Luigi Zanda che invita i suoi a sostenere il nome indicato da Italia Viva. Non stiamo parlando, del classico ex renziano a cui manca il primo amore, ma dell’essenza della sinistra. Se non ci sono più i compagni, l’intera creatura dem, a Milano e non solo, non ha ragione di esistere. Se un membro del clan del paracadute, come Carlo Cottarelli, dice che senza i terzopolisti non si va da nessuna parte, bisogna solo decidere se ridare la corona al vecchio monarca o fare l’ennesima crociata, col professorone di turno, secondo i più fatale. Una cosa è certa, qualcuno lascerà il Nazareno.

La sinistra del Conte

Il male centrista sorvola pure i limpidi cieli del Lazio. Le ambizioni di Alessio D’Amato provocano l’ira di un tale e incontrollabile Nicola Zingaretti. Quest’ultimo non può farsi scavalcare dal suo secondo, anche se ciò significa sposare la battaglia grillina sull’inceneritore. A proposito di gialli, qualche progressista ha già lasciato la casa madre per abbracciare l’avvocato di Volturara Appula. Ecco perché lo “stratega de Roma” Goffredo, con la scusa del libro, ha ben pensato di invitare a banchetto il capo dei pentastellati. Il messaggio proveniente dal mondo del comico genovese è chiaro: “diciamo no al Pd, ma non a qualche amico che, pur non rinnegando il passato, è pronto a sposare la causa”.

Il congresso della confusione

Tutto ciò cambia ogni equilibrio in vista della partita congressuale di marzo. L’unica candidata, allo stato, si chiama Paola De Micheli. A sapere della sua discesa in campo, però, è il solo Pierluigi Bersani, che in ambito dem conta quanto il “quattro di bastoni” nel tressette. Stefano Bonaccini è il designato fino a quando non uscirà il Dario Nardella di turno, sulla carta suggestione, ma nei fatti già in campo. L’emiliano, quindi, non vive meglio del toscano che dovrebbe succedere. Basta qualche dichiarazione pro Letta per far storcere il naso a quelli di Base Riformista: “Vi siete messi d’accordo – avrebbe scritto qualcuno – sulle date. Non ci prendete per i fondelli”. Non è da escludere, pertanto, un Minniti bis. Lo stesso Enrico potrebbe ingannarlo, non avendo intenzione di lasciare la poltrona principale. Ecco perché, secondo alcuni, avrebbe chiamato gli amici cronisti e fatto cancellare il nome di Elly Schlein. Un suo simile, frutto del laboratorio Scientologist, avrebbe creato confusione. Meglio diffondere profili sgradevoli, come quelli del segretario della Cgil Landini, che tra l’altro dopo una settimana ha scaricato chi lo aveva invocato. La sola certezza è che tutto passa per Roma e Milano. Lazio e Lombardia decideranno le sorti di un’entità politica, che dovrà scegliere tra dividersi, sottostare a Renzi, fare da stampella a Conte o peggio ancora morire.

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