La mafia usa il web per mostrare potere e ricchezza

C’è un filo digitale, rosso di sangue, che lega le baby gang delle banlieue europee, ai terroristi jihadisti, fino alle mafie della provincia italiana. Si tratta dei social, piattaforme che la criminalità dimostra di sapere usare fin troppo bene e attraverso cui propugna una sottocultura fatta di violenza, intimidazioni e prevaricazioni, che finisce per affascinare fin troppo i ragazzi.

L’allarme è stato lanciato da Marcello Ravveduto, docente all’Università degli Studi di Salerno, che ne ha parlato al convegno “Le mafie ai tempi dei social”, organizzato da Fondazione Magna Grecia insieme al gruppo Publiemme, Diemmecom, LaC Network, Via Condotti 21 e l’Università Luiss Guido Carli. Per Ravveduto il salto di qualità nella comunicazione della malavita consiste nel passaggio dal racconto altrui all’autonarrazione. “Twitter è diventata la loro agenzia di stampa, Instagram il loro magazine, Facebook è la loro Tv generalista e TikTok il loro reality show. I rampolli dei boss sono gli influencer della mafia e hanno una loro colonna sonora, la musica trap”.

Secondo Ravveduto, “i social rappresentano il loro nuovo strumento di propaganda. Siamo passati dai racconti di mafia a quelli della mafia. Hanno imparato dai cartelli dei narcos: nessun intermediario, solo autonarrazione”. Basta sfogliare la cronaca quotidiana per rendersi conto di quanti malavitosi, in Italia, finiscono nei guai pur di non negarsi una foto o un video sui social. Così è accaduto a un presunto boss di Barletta che, nonostante fosse ai domiciliari, non ha resistito alla tentazione di pubblicare un filmato su Tik Tok in cui maneggiava molto denaro. Finendo, così, per farsi arrestare.

Non è una novità se, proprio Tik Tok, a Napoli, ma anche in altre zone d’Italia, sembra essere diventato un mezzo importante per veicolare messaggi d’identità criminale o di solidarietà con i clan. Si sprecano foto e video sulla tomba dei grandi boss del passato, come Raffaele Cutolo; oppure filmati che rappresentano scene di ordinaria violenza. Grazie a cui le baby gang pretendono di dimostrare il proprio valore criminale, rivendicando le proprie azioni. È accaduto subito dopo la fine dei lockdown che si scoprissero, sui social, account dediti a rilanciare risse tra giovanissimi in ogni parte d’Italia. Di recente s’è scoperto a Verona un gruppo di ragazze che ha diffuso a più riprese i filmati delle aggressioni ai danni di altre coetanee.

Ma comunicare, per le gang, non è un vezzo ma una necessità strategica. La loro strategia funziona perché risponde a esigenze quasi fisiologiche. E cioè quelle di affermare davanti al mondo la propria forza e la propria ricchezza, anzi la “riccanza” per dirla così come s’usa nel mondo virtuale. Giungendo a due risultati: intanto farsi temere, poi farsi invidiare. E l’invidia può diventare interesse, così nuove reclute sono pronte a farsi massacrare perché i figli dei loro capi possano spassarsela sui social. Così funziona in Sudamerica dove i boss del narcotraffico si ritraggono a far la vita da signori, tra gioielli, piscine e auto di lusso, col rischio di farsi arrestare. Come è accaduto, nel 2019, a Diego Optra, capo della gang La Locale che aveva insanguinato la città colombiana di Buenaventura. Nonostante sapesse di essere nel mirino della polizia, ha continuato ad aggiornare il suo doratissimo profilo di Instagram. Finendo per offrire, gli inquirenti, elementi utili a rintracciarlo e ad arrestarlo.

Ma i social possono essere usati per mostrare i muscoli. In Brasile, per esempio, circolavano su WhatsApp e su Facebook, i video delle esecuzioni da parte delle gang ai danni di rivali, supposti traditori, nemici. A volte i filmati riprendevano persino i processi o riferivano i verdetti pronunciati dall’autoproclamato Tribunale del Crimine. Questi video giravano ovunque e alcuni di loro sarebbero stati intercettati o addirittura girati persino in carcere. Insomma, internet serve essenzialmente a due cose: attrarre nuove reclute, mostrare il proprio potere. La stessa, identica, strategia che è stata utilizzata dall’Isis per richiamare soldati grazie al web.

È finita l’era del silenzio, è iniziata quella del chiasso social. Più Tony Montana, avido di riconoscimenti e di legittimazione sociale che don Vito Corleone. I vecchi mafiosi, quelli incastrati nei cliché ormai superati de Il Padrino, magari quelli che nell’800 ritenevano pittoreschi e poco affidabili i camorristi napoletani perché indossavano troppi anelli, inorridirebbero di fronte all’evoluzione che la globalizzazione ha avuto sulla sottocultura criminale.

C’è un filo digitale, rosso di sangue, che lega le baby gang delle banlieue europee, ai terroristi jihadisti, fino alle mafie della provincia italiana. Si tratta dei social, piattaforme che la criminalità dimostra di sapere usare fin troppo bene e attraverso cui propugna una sottocultura fatta di violenza, intimidazioni e prevaricazioni, che finisce per affascinare fin troppo i ragazzi.

L’allarme è stato lanciato da Marcello Ravveduto, docente all’Università degli Studi di Salerno, che ne ha parlato al convegno “Le mafie ai tempi dei social”, organizzato da Fondazione Magna Grecia insieme al gruppo Publiemme, Diemmecom, LaC Network, Via Condotti 21 e l’Università Luiss Guido Carli. Per Ravveduto il salto di qualità nella comunicazione della malavita consiste nel passaggio dal racconto altrui all’autonarrazione. “Twitter è diventata la loro agenzia di stampa, Instagram il loro magazine, Facebook è la loro Tv generalista e TikTok il loro reality show. I rampolli dei boss sono gli influencer della mafia e hanno una loro colonna sonora, la musica trap”.

Secondo Ravveduto, “i social rappresentano il loro nuovo strumento di propaganda. Siamo passati dai racconti di mafia a quelli della mafia. Hanno imparato dai cartelli dei narcos: nessun intermediario, solo autonarrazione”. Basta sfogliare la cronaca quotidiana per rendersi conto di quanti malavitosi, in Italia, finiscono nei guai pur di non negarsi una foto o un video sui social. Così è accaduto a un presunto boss di Barletta che, nonostante fosse ai domiciliari, non ha resistito alla tentazione di pubblicare un filmato su Tik Tok in cui maneggiava molto denaro. Finendo, così, per farsi arrestare.

Non è una novità se, proprio Tik Tok, a Napoli, ma anche in altre zone d’Italia, sembra essere diventato un mezzo importante per veicolare messaggi d’identità criminale o di solidarietà con i clan. Si sprecano foto e video sulla tomba dei grandi boss del passato, come Raffaele Cutolo; oppure filmati che rappresentano scene di ordinaria violenza. Grazie a cui le baby gang pretendono di dimostrare il proprio valore criminale, rivendicando le proprie azioni. È accaduto subito dopo la fine dei lockdown che si scoprissero, sui social, account dediti a rilanciare risse tra giovanissimi in ogni parte d’Italia. Di recente s’è scoperto a Verona un gruppo di ragazze che ha diffuso a più riprese i filmati delle aggressioni ai danni di altre coetanee.

Ma comunicare, per le gang, non è un vezzo ma una necessità strategica. La loro strategia funziona perché risponde a esigenze quasi fisiologiche. E cioè quelle di affermare davanti al mondo la propria forza e la propria ricchezza, anzi la “riccanza” per dirla così come s’usa nel mondo virtuale. Giungendo a due risultati: intanto farsi temere, poi farsi invidiare. E l’invidia può diventare interesse, così nuove reclute sono pronte a farsi massacrare perché i figli dei loro capi possano spassarsela sui social. Così funziona in Sudamerica dove i boss del narcotraffico si ritraggono a far la vita da signori, tra gioielli, piscine e auto di lusso, col rischio di farsi arrestare. Come è accaduto, nel 2019, a Diego Optra, capo della gang La Locale che aveva insanguinato la città colombiana di Buenaventura. Nonostante sapesse di essere nel mirino della polizia, ha continuato ad aggiornare il suo doratissimo profilo di Instagram. Finendo per offrire, gli inquirenti, elementi utili a rintracciarlo e ad arrestarlo.

Ma i social possono essere usati per mostrare i muscoli. In Brasile, per esempio, circolavano su WhatsApp e su Facebook, i video delle esecuzioni da parte delle gang ai danni di rivali, supposti traditori, nemici. A volte i filmati riprendevano persino i processi o riferivano i verdetti pronunciati dall’autoproclamato Tribunale del Crimine. Questi video giravano ovunque e alcuni di loro sarebbero stati intercettati o addirittura girati persino in carcere. Insomma, internet serve essenzialmente a due cose: attrarre nuove reclute, mostrare il proprio potere. La stessa, identica, strategia che è stata utilizzata dall’Isis per richiamare soldati grazie al web.

È finita l’era del silenzio, è iniziata quella del chiasso social. Più Tony Montana, avido di riconoscimenti e di legittimazione sociale che don Vito Corleone. I vecchi mafiosi, quelli incastrati nei cliché ormai superati de Il Padrino, magari quelli che nell’800 ritenevano pittoreschi e poco affidabili i camorristi napoletani perché indossavano troppi anelli, inorridirebbero di fronte all’evoluzione che la globalizzazione ha avuto sulla sottocultura criminale.

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