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Attualità

La palude italiana

di Michele Gelardi -


L’esito del referendum conferma un trend di lungo periodo, che può leggersi come rifiuto di ogni possibile cambiamento. La nazione italiana sembra acquietarsi dell’esistente e rifuggire dal rischio del futuro. A ben vedere hanno sempre vinto i NO. Ieri: no all’energia nucleare (1987), no alla riforma istituzionale proposta dal governo Berlusconi (2005), no alla riforma proposta dal governo Renzi (2016); oggi: no alla separazione delle carriere del p.m. e del giudice. Più che una linea politica ha sempre prevalso un sentimento nichilistico, tanto profondo quanto poco sondabile e intellegibile, intriso di atavico scetticismo-fatalismo.

Al fondo non si può ravvisare un pensiero politico preciso e omogeneo, di destra o sinistra che sia, ma solo disincanto e pregiudizio, variamente motivati di volta in volta, avverso la politica “decisionista”. La decisione politica, che incide sui fondamenti istituzionali o sull’approvvigionamento energetico nazionale, è strategica per definizione, essendo proiettata ben oltre l’orizzonte di una legislatura; diversamente dalla politica provvidenziale-assistenziale, ondivaga e mutevole magari nell’arco di pochi mesi.

A quanto pare le visioni strategiche poco si addicono all’intima inclinazione dell’italiano medio, che teme possibili turbamenti al tran-tran consolidato, alla sua comfort zone magari poco appagante e tuttavia comoda. Lo sforzo volitivo richiesto dalla decisione strategica gli pesa molto più che il tatticismo inerziale.

In questa logica si devono leggere i molti segni di intangibilità dell’esistente, a cominciare dalla sacralità della “Costituzione più bella del mondo”. Si può constatare, per esempio, che la prevalenza del NO è stata maggiore al Sud, più dipendente, rispetto al Nord, dalle elargizioni “provvidenzial-assistenzialistiche” della macchina pubblica. Non c’è bisogno di ricorrere al paradigma della “sindrome di Stoccolma”, per capire che assistenza e bonus creano dipendenza e la dipendenza sconsiglia di per sé ogni cambiamento.

Se la parte d’Italia più vocata all’iniziativa personale ha dimostrato di essere meno restia al cambiamento e viceversa, la chiave di lettura della paura del nuovo non risulta affatto peregrina.

D’altronde l’avversione al “decisionismo” strategico può vedersi come l’altra faccia della generale sfiducia dei cittadini verso la politica tout court.  L’antipolitica, che si è impadronita dell’Italia a partire dagli anni ‘90, proprio per il suo essere “anti”, si esprime nel diletto della bocciatura a prescindere.

C’è una sorta di cupio dissolvi alla base di tutti i NO referendari; ma anche, se vogliamo, alla base dell’unico SI, pronunciato per la riduzione del numero dei parlamentari (2020). 

Quell’unico SI non contraddice i tanti NO, anzi ne costituisce la conferma più eclatante, poiché esprime  il sentimento di disaffezione dalle istituzioni rappresentative e in ultima analisi il NO alla politicaNaturalmente i seguaci dell’antipolitica non hanno ancora capito e forse mai capiranno che l’arretramento della politica non comporta un minore autoritarismo e un maggiore spazio di libertà, ma solo un minore controllo popolare delle decisioni che incidono sulla convivenza sociale. 

Vorrebbero punire la politica presunta autoritaria, in realtà devolvono il potere a soggetti che non hanno alcun dovere di rendiconto nei confronti dell’elettore, appartenenti alla burocrazia e all’ordine giudiziario. 

Da tempo gli organi politici di governo hanno abdicato al loro ruolo decisionale, poiché siedono formalmente al vertice dell’apparato burocratico, ma in realtà i provvedimenti amministrativi sono di competenza del dirigente generale che ha paura della firma.  Al contempo la magistratura chiama “controllo di legalità” l’esercizio di una funzione di supplenza che i Padri costituenti non avevano previsto.

E fu così che il popolo italiano si ritrovò nella palude dell’eterna “moratoria”, non avendo ancora capito che né i burocrati né i supplenti possono esprimere una linea politica strategica, che compete solo al soggetto investito del mandato elettorale.    


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