Attualità

La sindrome di Harry Potter

di Edoardo Sirignano -

Tommaso Cerno


Devono essere così convinti che Giorgia Meloni sia la bacchetta magica di Harry Potter capace di trasformare in consenso elettorale qualunque cosa, che fra Lega e Forza Italia ieri hanno deciso di mettere a repentaglio quel minimo di serenità che il governo stava conquistando con fatica.

Nel giro di pochi minuti il ministero dell’Economia guidata da Giorgetti, che anche i sassi sanno che ha poco o nulla a che fare ormai con la linea del segretario della Lega Matteo Salvini, per una nemesi figlia di un realismo politico d’altri tempi ha detto di sì al famigerato Mes su cui il premier e la maggioranza stanno facendo la voce grossa in Europa da mesi, alzando lo scontro con Bruxelles che pretende la ratifica da parte italiana.

Nemmeno finito di battere le agenzie, Forza Italia non si presenta in Commissione Lavoro e incaglia in Senato uno dei provvedimenti chiave di questo esecutivo, lasciando Fratelli d’Italia orfani degli alleati per quel tanto che basta a risvegliare il segretario del Pd Elly Schlein dalle polemiche interne delle correnti più o meno di sinistra che animano il partito più o meno di sinistra e ricompattare l’opposizione in un inedito j’accuse corale contro una maggioranza, che a sentire Conte e Schlein sarebbe allo sbando.

Non è vero, il centrodestra gode di ottima salute nel caos interno che regna da sempre nella coalizione a guida Meloni e prima a guida Berlusconi, e ci metteranno poco a trovare la quadra. Resta il fatto che di incidenti gravi ne stanno succedendo, proprio alla vigilia di quel dibattito difficile che vedrà sul tavolo in parallelo la riforma della Giustizia targata Nordio, capace di risvegliare il fantasma del berlusconismo nella sinistra e di scaldare gli animi più garantisti di una certa destra, e le riforme costituzionali per aprire il paese a una nuova forma di governo, che potrebbe prevedere per la prima volta nella storia d’Italia l’elezione diretta del Presidente del consiglio o del Presidente della Repubblica.

Due questioni che rispetto ai due temi su cui la maggioranza si è squagliata sono giganti e che mostrano a Giorgia Meloni la necessità immediata di fare chiarezza con gli alleati sulla ragione di questi incidenti che si fanno frequenti. Nella peggiore delle ipotesi nascondono dissenso interno e fastidio per il ruolo enorme del Primo ministro rispetto al suo esecutivo, nel migliore dei casi mostrano una disorganizzazione materiale nei lavori parlamentari e nel raccordo tra decisione politica e Ministeri.

Qualunque sia la risposta esatta, che probabilmente come sempre è una via di mezzo fra le due ipotesi, è evidente che il governo e la maggioranza non possono varare la nave delle grandi riforme epocali senza avere la certezza della tenuta lungo una rotta ben più accidentata e pericolosa di quanto sia il dibattito quotidiano su temi importanti ma comunque tecnici.

Tutto questo mentre Giorgia Meloni sembra impegnata per la maggior parte del tempo a tracciare la linea di una politica estera dell’Italia che dal tema dei migranti a quello della cooperazione, fino alla definizione delle priorità europee di gestione del debito alla vigilia di una crisi economica che solo in autunno farà sentire la sua vera forza. Serve insomma che il premier rientrato in Italia torni a puntare i piedi sulle questioni di casa, sulla gestione delle quali non sembra ancora prendere forma naturale un suo delegato nel governo.

Una figura che si rende sempre più necessaria con l’avanzare dei dossier aperti sul tavolo di Palazzo Chigi. Ecco che Elly Schlein deve prendere in mano al più presto le redini dell’opposizione, perché è questo il momento in cui il PD deve dire non tanto quale sia l’elenco degli errori quotidiani del centrodestra e di Meloni, un esercizio che piace solo dentro il Palazzo, quanto approfittare delle parole d’ordine che il governo ha messo sul tavolo in assenza di una unità sostanziale per prospettare al paese un orizzonte diverso da costruire con il popolo che là fuori non ha votato per questa maggioranza.

Un percorso più difficile, più lungo, ma che è l’unica via per uscire dalla sindrome del giorno della marmotta, che porta la sinistra al centro del dibattito sempre e soltanto in opposizione a qualcosa o qualcuno che sta dall’altra parte. Una personalizzazione della lotta politica, che finora non ha dato risultati perché ha ancorato la sinistra all’oggi, anziché candidarla a essere la forza di governo di domani.


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