Lavitola: “Io il mandante”. Ranucci sapeva tutto? Ora tocca a lui
L’amico che sussurrava profezie da premier al conduttore di Report non sceglie il silenzio, ammettendo di essere il mandante dell’attentato “per fargli alzare il livello della scorta”
Mentre l’afa di agosto pietrifica Roma, il destino di Sigfrido Ranucci si gioca in un asse gelido che collega il carcere di Rebibbia ai corridoi climatizzati di Viale Mazzini: alle ore 12:00 di ieri Valter Lavitola compare davanti alla gip Iole Moricca e al pm della Dda Edoardo De Santis per l’interrogatorio di garanzia.
Lavitola: “Sono io il mandante”
L’amico che sussurrava profezie da premier al conduttore di Report non sceglie il silenzio, Lavitola ammette di essere il mandante dell’attentato “per fargli alzare il livello della scorta”.
Ranucci lo sapeva? L’avvocato di Lavitola risponde “No comment”.
La “furia messianica” di Ranucci
Intanto, un nuovo punto di non ritorno della vicenda, come in ogni parabola di potere. Per Sigfrido Ranucci, quell’istante impresso in un post Facebook che trasuda una furia messianica difficile da ignorare: paragona la propria vicenda giudiziaria e professionale al sacrificio di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Scrivere che la storia italiana uccide i suoi uomini migliori per “eccesso di chiarezza” non è solo un esercizio di retorica iperbolica, ma il sintomo finale del “metodo Report” che implode su se stesso, trasformando l’inquisitore nell’unica vittima degna di nota Il conduttore si auto-assegna un posto nel pantheon dei martiri della Repubblica, dimenticando che le carte dell’inchiesta raccontano una storia molto meno nobile e decisamente più ambigua.
E i parlamentari FdI in Vigilanza Rai vogliono ora che spieghi una telefonata di due ore intercorsa con Lavitola all’atto di una perquisizione. Cosa si dissero?
La fine del “modello Report”
Ma il rumore vero è pure il silenzio che ora circonda il “Re Sole” del giornalismo d’inchiesta, vittima di un cortocircuito dove il narcisismo della fonte ha polverizzato il distacco imposto dalla professione. Per anni, Report, un ecosistema autosufficiente, un fortino morale. Ma oggi l’inchiesta della Procura ha messo a nudo la vulnerabilità di un leader che, sentendosi accerchiato dai “falsi” dell’ambiente Rai — “li odio tutti”, avrebbe confidato al faccendiere — ha cercato legittimazione nel posto più impensabile.
Il paradosso è brutale: l’investigatore d’assalto, accecato dal proprio status di baluardo della verità, non si è accorto di essere diventato l’oggetto di una spietata manipolazione. La bomba del 2025 non era un attacco della mafia, ma un’esca per l’ego di un uomo che aveva ormai confuso il giornalismo con la propria epopea personale.
“Fratelli coltelli”
Nella redazione blindata di via Teulada, dietro le quinte, l’atmosfera è elettrica. Tra i “fratelli coltelli” cresciuti sotto la sua ombra, serpeggia la sindrome dell’erede. I collaboratori storici iniziano a temere per il proprio destino e per la sopravvivenza di un marchio che la Rai sta cinicamente cercando di “scorporare” dal suo conduttore.
Lo “scorporo” di un brand che fa incassi
Viale Mazzini applica una fredda logica aziendale: salvare il brand Report, che garantisce ascolti, incassi e identità a Rai 3. Il dramma di Ranucci è anche la fine di un modello. Con lui, l’inquadratura si era rapidamente spostata sul conduttore. Le introduzioni dei servizi monologhi moralizzatori volti a generare indignazione emotiva, la moneta d’oro dell’infotainment. Tutto ciò, avvalorando l’immagine di un “puro”.
Due anni fa Ranucci disse al Corriere della Sera che Lavitola “cercava” di diventargli amico. Poi, ad attentato avvenuto, ha detto a tutti che eranno sinceri amici. Cosa era successo?
Leggi tutte le news sul caso Ranucci
Torna alle notizie in home