Linda Iyekeoretin, la 33enne picchiata a morte dall’ex compagno a Castel Volturno
È morta dopo dieci giorni di agonia la donna aggredita brutalmente il 23 dicembre. L’uomo è in carcere, l’accusa ora è femminicidio.
È morta martedì 6 gennaio alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno Linda Iyekeoretin, la donna di 33 anni di origine nigeriana che lo scorso 23 dicembre era stata ridotta in fin di vita dall’ex compagno. Per dieci interminabili giorni i medici hanno lottato per salvarla, tenendola in coma farmacologico nel disperato tentativo di limitare i danni delle gravissime ferite riportate, soprattutto alla testa. Ma le lesioni erano estremamente estese, troppo profonde. Il cuore di Linda ha smesso di battere, consegnando alla Campania il primo femminicidio del 2026, appena iniziato.
La tragedia dell’Antivigilia di Natale
Tutto è avvenuto nel tardo pomeriggio del 23 dicembre, a poche ore dalla Vigilia di Natale, in una villetta a schiera di Castel Volturno, nel Casertano. Una zona dove la comunità nigeriana è numerosa e spesso le storie di violenza domestica restano sommerse, nascoste dietro porte chiuse e silenzi spesso complici e carichi di “normalità”. Quella sera però qualcuno ha chiamato il 113. Una segnalazione concitata: una lite violenta tra un uomo e una donna.
Quando gli agenti del commissariato di Castel Volturno sono arrivati sul posto, si sono trovati davanti a una scena drammatica. Nel cortile della villetta, Linda giaceva a terra, priva di sensi, in una pozza di sangue. Il corpo martoriato raccontava, in parte, la violenza subita: lividi, escoriazioni e traumi multipli. Accanto a lei, una scopa spezzata. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’ex compagno l’avrebbe colpita ripetutamente anche con quel manico di legno, trasformando un oggetto quotidiano in un’arma letale.
L’arresto dell’aggressore
All’interno dell’abitazione, gli agenti hanno trovato lui: un connazionale 32enne, in compagnia di un amico. L’uomo aveva il polso destro fasciato e i vestiti macchiati di sangue. Non ha opposto resistenza all’arresto, ma il suo silenzio parlava già più di mille parole. Gli accertamenti immediati della polizia hanno confermato la sua responsabilità nell’aggressione. Le prove erano palesi: il sangue sui vestiti, i segni sulla donna e la dinamica dei fatti descriveva già tutto.
Su disposizione della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere è scattato il fermo per tentato omicidio. Il giudice per le indagini preliminari ha poi convalidato il provvedimento, disponendo la custodia cautelare in carcere. Inizialmente l’accusa era di tentato omicidio, ma con la morte di Linda la posizione del 32enne si è inevitabilmente aggravata: ora dovrà rispondere di femminicidio.
Una spirale di violenza
Le indagini stanno cercando di ricostruire la storia della relazione tra Linda e il suo aggressore. Una relazione finita, ma dalla quale evidentemente l’uomo non si era rassegnato a chiudere. Gli investigatori stanno verificando se ci fossero stati episodi precedenti di violenza, se Linda avesse mai sporto denuncia o se avesse cercato aiuto. Domande alle quali, per il momento non ci sono risposte definitive, ma che sono cruciali per comprendere la dinamica di un dramma che si è consumato nell’arco di pochi minuti, ma che probabilmente proseguiva da tempo.
Quello che emerge con chiarezza è la brutalità dell’aggressione. Non un raptus, non un momento di rabbia incontrollata: un pestaggio prolungato ed efferato. Un accanimento che non poteva lasciare via di scampo per la povera donna.
Il calvario in ospedale
Linda è stata trasportata d’urgenza alla clinica Pineta Grande in condizioni disperate. I medici hanno fatto tutto il possibile: il coma farmacologico per limitare i danni cerebrali, le terapie intensive e il monitoraggio costante. Giorno dopo giorno, le speranze si sono assottigliate sempre di più, fino al tragico epilogo. La famiglia, gli amici, forse anche chi conosceva Linda nella comunità nigeriana di Castel Volturno, hanno atteso con angoscia notizie positive che purtroppo non sono mai arrivate.
Dieci giorni con il fiato sospeso, di attesa e di preghiere. Poi, martedì 6 gennaio, il cuore di Linda si è fermato. A 33 anni, la sua vita è stata spezzata dalla violenza di chi diceva di amarla, come sempre più frequentemente accade. Un copione che si ripete con una frequenza drammatica in Italia: secondo i dati del Viminale, nel 2025 l’82% delle donne sono state uccise in ambito familiare o comunque affettivo. Linda è la prima vittima del 2026, ma purtroppo probabilmente non sarà l’ultima.
Per le donne straniere, vittime di violenza domestica, chiedere aiuto è ancora più difficile. Ci sono barriere linguistiche, culturali, la paura di perdere il permesso di soggiorno, oltre che l’isolamento sociale. Spesso mancano le reti di supporto, la conoscenza dei diritti, l’accesso ai centri antiviolenza. E così il silenzio diventa complice della violenza.
L’ennesimo nome da ricordare
Linda Iyekeoretin. Un nome che va ricordato, non solo come statistica, non solo come “prima vittima dell’anno”. Linda era una persona con una storia, con sogni e con affetti. Era una donna che meritava di vivere, di essere rispettata, di essere protetta. La sua morte è l’ennesima sconfitta per tutti.
Ora spetta alla giustizia fare il suo corso. Il processo stabilirà responsabilità e condanne. Ma nessuna sentenza potrà restituire Linda alla vita, cancellare il dolore di chi l’amava, riparare una perdita così ingiusta. Resta il dovere della memoria e dell’impegno: perché altre donne non debbano più morire per mano di chi diceva di amarle.
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