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Politica

Marco Follini: un esegeta neo-democristiano

di Vincenzo Viti -


Sono da sempre un lettore, oso dirmi un ermeneuta delle prose di Marco Follini, prezioso esegeta della fenomenologia dello “spirito” democristiano che sembra alitare nel cosiddetto secolo neo-democristiano. Uno Spirito che opera contro la dannazione della “dismisura”, riverbero faustiano contro la “misura” come valore e regola. La vendetta postuma della “mediazione” come attitudine virtuosa della intelligenza, ciò che una volta era spregiato come arabesco o il manzoniano “tacere, sopire”. 

Follini dispiega il suo affresco sottile e incalzante, stilemi ironici e disincantati fino a disporre sul lettino dell’analista sia il Sorrentino nelle due versioni del “Divo” e de “La Grazia”. Due regie iscritte in stagioni diverse e quindi in registri opposti della politica. L’uno tesseva le movenze implacabili del cinismo ‘altro riabilita il valore del dubbio, le virtù e le inquietudini della coscienza. Insomma, il primato dell’etica sulla ragione strumentale. Follini vi legge un indizio di verità e di intelligenza storica in qualche modo il recupero di oggettività, (forse di nostalgia) del valore della “misura” come essenza perduta e da riabilitare. 

Aggiungo da ermeneuta (dilettante) del lessico folliniano che non vi è ombra di “nostalgia” nelle prose che la Stampa ospita e ci consente di commentare. Prevale anzi la “distanza” dal nostalgico manifatturiero di nuove edicole votive e da ricorrenti chiassose ambizioni dinastiche. Piuttosto che riprodurre in vitro una storia in via di disseppellimento meglio cercare ancora il filo di quel senso comune che non tollera imitazioni ma si iscrive in un nuovo inizio.


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