Minneapolis, da Trump segnali di de-escalation dopo la crisi sugli scontri con gli agenti federali
Minneapolis e il Minnesota sono diventati nelle ultime settimane il centro di una profonda crisi politica e istituzionale che ha messo a nudo lo scontro tra autorità statali e Donald Trump. Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti, avvenute durante l’operazione di controllo migratorio “Metro Surge” a Minneapolis, hanno innescato una reazione durissima da parte delle istituzioni locali e acceso un confronto che ha superato rapidamente i confini dello Stato. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano un possibile arretramento del governo federale. Il primo passo concreto è la rimozione di Gregory Bovino, capo della Border Patrol in Minnesota e simbolo della linea più dura dell’intervento federale. Secondo fonti del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), Bovino e parte dei suoi agenti lasceranno Minneapolis già nelle prossime ore.
La rimozione di Bovino
La decisione arriva dopo una forte pressione politica. “I minnesotani ne hanno abbastanza del signor Bovino”, ha dichiarato senza mezzi termini il procuratore generale dello Stato, Keith Ellison. Il DHS ha inoltre sospeso gli account social dell’ex comandante, nel tentativo di ridimensionare una comunicazione giudicata fuorviante dalle autorità locali. La fiducia, però, resta fragile. Nonostante un’ordinanza di un giudice federale che impone la conservazione di tutte le prove relative alla morte di Alex Pretti, Ellison ha espresso pubblicamente timori su possibili occultamenti da parte delle agenzie federali. “Non posso assolutamente fidarmi”, ha dichiarato alla CNN, ricordando come inizialmente l’amministrazione avesse negato responsabilità dirette degli agenti. La tensione resta alta anche per la presenza di circa 3.000 agenti di ICE e CBP nell’area metropolitana. Il governatore Tim Walz sta cercando di ottenere una riduzione del dispiegamento, considerato eccessivo e potenzialmente destabilizzante.
Il passo di lato di Trump a Minneapolis
Un altro fronte critico riguarda la narrazione ufficiale della Casa Bianca. Dopo l’uccisione di Pretti, il segretario alla Sicurezza Interna Kristi Noem e il vice capo dello staff Stephen Miller avevano definito la vittima un “terrorista interno”, senza prove. Nelle ultime ore, però, la portavoce presidenziale Karoline Leavitt ha preso le distanze, sostenendo che Trump non avrebbe mai usato quella definizione e che ora l’obiettivo è lasciare che “i fatti guidino l’indagine”. Sul delicato asse tra Trump e Minneapolis, il passaggio del coordinamento operativo allo “zar della frontiera” Tom Homan rappresenterà il vero banco di prova. Se alle parole seguiranno trasparenza e collaborazione, il Minnesota potrebbe avviarsi verso una difficile de-escalation. In caso contrario, lo scontro tra potere federale e sovranità statale rischia di estendersi ben oltre i confini dello Stato, con potenziali ripercussioni sull’intero Paese.
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