Monet a Catania: l’Impressionismo entra nel barocco e si fa esperienza totale
A Catania, fino al 29 marzo, la Chiesa di San Giuseppe al Duomo ospita Claude Monet & Gli Impressionisti – The Immersive Experience, uno di quei progetti che raccontano molto del nostro tempo e soltanto in parte dei pittori che dichiarano di celebrare. La cornice è forte, perché l’edificio appartiene al cuore barocco della città ricostruita dopo il terremoto del 1693, dunque a un paesaggio urbano in cui la forma nasce già come risposta al trauma e come macchina della visione. Inserire dentro questo spazio un’esperienza digitale dedicata all’Impressionismo crea un contrasto che vale quasi più della mostra stessa. Da una parte c’è la pietra, con il suo peso storico e liturgico. Dall’altra c’è un linguaggio che usa proiezioni, luce e suono per trasformare la pittura in ambiente, il quadro in flusso. Il visitatore diventa così spettatore avvolto da un racconto sensoriale.
Il nome che regge l’intero impianto è quello di Claude Monet, nato nel 1840 e diventato, nel bene e nel peggio, il volto più riconoscibile dell’Impressionismo. La sua ricerca ha lavorato sul mutamento, sullo slittamento continuo della percezione, sulla luce che altera la realtà invece di limitarsi a illuminarla. I covoni, le cattedrali di Rouen, i pioppi, le ninfee non sono semplici serie decorative, ma un modo quasi ostinato di inseguire ciò che sfugge.
Monet torna sullo stesso soggetto perché sa che lo stesso soggetto non esiste mai due volte. Cambia l’ora, l’aria, cambia il pulviscolo che si posa sulle cose, e l’occhio è costretto a ricominciare. È qui che la sua pittura resta modernissima, perché non offre certezze, ma instabilità.
Il problema, semmai, nasce quando questa instabilità viene tradotta nei codici della mostra immersiva. La pittura impressionista nasce dal rapporto ravvicinato tra occhio e superficie, da una vibrazione minuta che chiede distanza giusta, tempo giusto, una certa disciplina dello sguardo. Il dispositivo immersivo procede in senso opposto. Allarga e arriva a travolgere. Non ti mette davanti all’opera, ti mette dentro un’atmosfera che dell’opera conserva il clima, spesso perdendo la resistenza materiale della pittura, la grana, la misura, persino il silenzio. È una differenza sostanziale. Nel quadro di Monet la luce trema. Nella versione immersiva la luce occupa. Nel quadro serve attenzione. Nell’ambiente digitale serve disponibilità a lasciarsi prendere. Le due cose non coincidono, e far finta di sì è un piccolo trucco culturale dei nostri anni, sempre pronti a scambiare intensità con ingrandimento.
Detto questo, liquidare simili esperienze come puro intrattenimento sarebbe pigro. Il loro successo nasce da un bisogno reale, anche se raramente confessato con chiarezza. Una parte del pubblico contemporaneo entra nell’arte chiedendo prima di tutto coinvolgimento, quasi un contatto fisico, come se il solo guardare non bastasse più. In questo senso la scelta della Chiesa di San Giuseppe al Duomo è meno innocente di quanto sembri. Lo spazio sacro, con la sua architettura pensata per guidare lo sguardo e disciplinare l’emozione, offre alla tecnologia una specie di alleanza inattesa.
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