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Economia

Ops, non importa più a nessuno in Europa delle Case Green

L'Italia è in ottima compagnia: 19 Paesi non mandano il Piano alla Commissione, giù il sipario sul Green Deal

di Cristiana Flaminio -


Aiuto, delle Case Green non importa niente a nessuno. L’Italia non ha presentato il Piano di attuazione della Direttiva della Commissione Ue. E, ora, c’ha due mesi di tempo per spiegarsi, per presentare le sue ragioni all’esecutivo comunitario. Che, poi, deciderà se e come rispondere al governo italiano. Non ci si poteva aspettare nulla di diverso. L’Italia, insieme all’Ungheria di Viktor Orban, si era schierata nettamente contro la direttiva che avrebbe imposto una caterva di lavori ai proprietari di case, rendendo sostanzialmente impossibile armonizzare l’intervento con la fine del Superbonus. Che, peraltro, doveva servire proprio a far trovare l’Italia in pole position sui temi della sostenibilità energetica e della casa green. E che, invece, non sembra essere stato molto utile in questo senso.

Il flop Case Green

Il guaio, però, è che a Bruxelles i postini dovranno fare gli straordinari. Già, perché le lettere di messa in mora non arriveranno mica solo a Roma. Tutt’altro. Dovranno essere recapitate praticamente ovunque in Europa dal momento che, insieme all’Italia, altri diciotto governi di altrettanti Stati membri hanno bellamente ignorato le scadenze poste da Ursula e compagni. Avrebbero dovuto farlo entro, e non oltre, il 31 dicembre del 2025. Hanno avuto, evidentemente, ben altro a cui pensare. L’Italia, dunque, non è mica sola. Anzi. Nemmeno Germania e Francia hanno presentato il piano. Il fatto che ci siano pure Berlino e Parigi nella lista dei “cattivi” rappresenta, plasticamente, la più evidente bocciatura delle (vecchie?) ambizioni green di Bruxelles. E considerando che il piano Case Green avrebbe dovuto rappresentare l’architrave del progetto (fin troppo) ambizioso del Green Deal, forse è giunto il momento di chiedersi se non sia suonata la campana per il vaste programme che, nel nome del Verde, stava per distruggere interi comparti economici e produttivi della Vecchia Europa.

Tramonto sul Green Deal

Certo, è cambiato tutto. In Europa il green non è più un dogma. È bastato che la realtà facesse capolino per mandare a gambe all’aria il castello (in aria) di carte (e burocrazia) messo a punto dall’Ue. L’obiettivo era e rimane valido: trovare un modo per sottrarsi alla dipendenza energetica mettendo in campo ogni accorgimento possibile. È quello su cui è tornato l’ultimo pasdaran del piano, la Gruenen Terry Reintke che, all’Europarlamento, ha ricordato a Ursula von der Leyen che “l’obiettivo di uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili” era “ciò che già stavamo facendo e mi pare si chiamasse Green Deal”. Il guaio è stato declinare questi obiettivi moltiplicando la burocrazia, aumentando le spese ai privati. Con un problema di fondo: se nel Nord Europa il mercato immobiliare è in mano ai grandi fondi, altrove (come appunto in Italia) i proprietari sono per lo più famiglie che non si possono permettere investimenti così generali e pesanti. Persone comuni, la cui unica ricchezza è nelle quattro mura ereditate dai genitori o dai nonni, che avrebbero dovuto affrontare (e potrebbero doverlo ancora fare) investimenti da circa 180 miliardi di euro, secondo una stima del Politecnico di Milano. Evidente la sproporzione, evidentissimo l’assist (appunto) ai grandi fondi che avrebbero potuto (e potrebbero ancora…) fare man bassa del patrimonio immobiliare italiano caricandosi, praticamente, solo le spese di manutenzione straordinaria. Insomma, la solita vecchia storia Ue: buone le premesse, bene pure gli obiettivi, peccato però che si inciampi sui metodi e le strategie.

Pragmatismo vs ideologia

Il flop delle Case Green è un dato prima che economico, politico. È una sorta di vittoria del pragmatismo sull’ideologia. E di Green Deal, difatti, se ne parla sempre meno. E con pudore. Ursula von der Leyen, che negli anni passati aveva investito gran parte del suo primo mandato proprio sulla necessità di fare dell’Europa un gioiello ecosostenibile, ora si ritrova, nel secondo, a fare l’esatto opposto. Certo, restano Verdi e Socialisti a fare un po’ di controcanto. Ma l’Ue ha ben altro a cui pensare. Solo nominare quel piano, oggi, rappresenta una iattura. Al punto che, come ha notato Politico nelle scorse settimane, persino il lessico degli euroburocrati è cambiato. Non si dice più “verde”, meglio flautare parole come “pulito”. Un segno, forse più eloquente ancora del flop dei 18 governi, sulla fine del Green ideologico a Bruxelles.


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