Orson Welles, maestro dell’illusione e dell’invenzione
Fino al 5 ottobre a Torino, negli spazi spettacolari della Mole Antonelliana, si può ammirare la grande mostra ideata dalla Cinémathèque Française e dedicata a uno degli artisti più sfuggenti e geniali del Novecento. Più che una retrospettiva, è un viaggio dentro una mente in continuo movimento, un’immersione nell’universo creativo di un autore che ha attraversato il teatro, la radio, il cinema e le arti visive con una libertà senza precedenti.
Orson Welles è stato tutto, tranne che definibile. Regista rivoluzionario, certo, ma anche attore magnetico, scenografo, costumista, scrittore, illusionista e disegnatore instancabile. La sua carriera è un mosaico di esperienze che si intrecciano e si alimentano a vicenda, dando vita a un percorso artistico unico per ampiezza e intensità.
Nato nel 1915 a Kenosha, nel Wisconsin, Welles si distingue fin da giovanissimo per un talento fuori dal comune. Ancora adolescente, frequenta il teatro e coltiva il disegno con la stessa naturalezza con cui altri apprendono una sola disciplina. A poco più di vent’anni fonda il Mercury Theatre, compagnia destinata a lasciare un segno profondo nella scena americana. Le sue regie shakespeariane, audaci e moderne, trasformano i classici in opere contemporanee, dimostrando una capacità di rilettura che diventerà la cifra del suo stile.
La consacrazione arriva però dalla radio. Nel 1938, con la trasmissione de La guerra dei mondi, Welles mette in scena una finta invasione aliena che molti ascoltatori scambiano per realtà. È il primo grande esperimento mediatico del Novecento, e rivela già una delle ossessioni dell’artista: il confine sottile tra verità e finzione.
Quando approda al cinema, Welles è già un autore completo. Il suo esordio con Quarto potere (1941) segna una svolta nella storia del linguaggio cinematografico. Struttura narrativa frammentata, uso innovativo della profondità di campo, montaggio audace: ogni elemento contribuisce a costruire un’opera che ancora oggi appare modernissima. Ma soprattutto, Welles controlla ogni fase della realizzazione, dal set alla sceneggiatura, fino ai dettagli visivi spesso progettati nei suoi schizzi.
Questa visione totale del fare artistico caratterizzerà tutta la sua carriera. Film come Otello o L’infernale Quinlantestimoniano una ricerca incessante, spesso realizzata in condizioni produttive difficili. Welles lavora tra Europa e Stati Uniti, finanziando talvolta i propri progetti e reinventando continuamente i mezzi a disposizione. È, in anticipo sui tempi, un autore indipendente.
Parallelamente, non abbandona mai il teatro e la recitazione. La sua presenza scenica, imponente e carismatica, lo rende un interprete capace di attraversare generi e registri diversi. Welles gioca con le maschere, si trasforma, si mette in scena e si smonta con ironia. La sua voce, profonda e inconfondibile, diventa uno strumento espressivo tanto potente quanto il suo sguardo registico.
Accanto a tutto questo, emerge una dimensione meno nota ma fondamentale: quella grafica. Welles disegna continuamente. I suoi bozzetti non sono semplici appunti, ma veri e propri progetti visivi. Scenografie, costumi, inquadrature prendono forma sulla carta prima ancora che sul set, in un dialogo costante tra immaginazione e realizzazione.
La mostra torinese restituisce proprio questa complessità. Attraverso centinaia di materiali – fotografie, documenti, disegni e sequenze filmiche – il percorso espositivo ricostruisce non solo la carriera, ma il laboratorio creativo di Welles. Si entra nei suoi processi, si seguono i suoi tentativi, si scoprono le sue ossessioni.
Ciò che emerge è la coerenza di un artista che ha fatto dell’illusione il proprio linguaggio. Welles era anche un appassionato prestigiatore, e il suo lavoro riflette questa fascinazione: costruire mondi per poi rivelarne i meccanismi. Il suo cinema, come il suo teatro e la sua radio, invita lo spettatore a credere e, allo stesso tempo, a dubitare.
In un’epoca dominata dalle immagini, la lezione di Welles appare più attuale che mai. Ogni rappresentazione è una costruzione, ogni racconto una scelta. È questa consapevolezza a rendere la sua opera ancora viva, capace di parlare al presente.
A Torino, tra le spirali della Mole, il suo universo trova una nuova casa. E quel nome – Orson Welles – continua a risuonare come una promessa di libertà creativa, senza confini.
Renato Verga ilTorinese.it
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