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Paralimpiadi 2026: l’eredità che guarda al futuro

di Laura Tecce -


C’è un momento, in ogni grande evento sportivo, in cui la retorica lascia spazio alla responsabilità. Per Milano-Cortina 2026 quel momento è arrivato: archiviata l’euforia olimpica, il testimone passa alle Paralimpiadi del 6 marzo, con l’apertura all’Arena di Verona e la promessa, solenne, di “continuare a far sognare gli italiani”.

Il presidente della Fondazione Giovanni Malagò lo ha detto con la consueta enfasi: “Non si possono organizzare le migliori Olimpiadi immaginabili senza organizzare anche grandi Paralimpiadi”. Non è solo una frase. È un’assunzione di responsabilità pubblica. Perché qui non si tratta di completare un calendario, ma di chiudere il cerchio della credibilità internazionale dell’Italia.

I Giochi paralimpici non sono un’appendice, ma la cartina di tornasole della legacy: se le Olimpiadi misurano l’efficienza di un sistema, le Paralimpiadi misurano la sua maturità civile. Inclusione, accessibilità, partecipazione: parole che smettono di essere slogan quando oltre 600 atleti entrano in scena tra Milano, Cortina e la Val di Fiemme trasformando il racconto sportivo in un paradigma culturale. Lo ricorda il presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Giunio De Sanctis: “L’obiettivo non sono soltanto le medaglie, ma portare sempre più persone a fare sport”.

È qui che la dimensione sportiva diventa politica nel senso più alto: cambiare mentalità e rendere strutturale ciò che troppo spesso è stato emergenziale. Non è solo alta performance, è diritto alla pratica sportiva, è infrastruttura sociale, è investimento pubblico che chiede continuità. Il percorso della fiamma – 13 tappe, 501 tedofori – non è coreografia, è un messaggio diffuso.

L’Italia che accoglie la torcia paralimpica è la stessa che dovrà dimostrare di saper garantire accessibilità reale, trasporti adeguati, servizi all’altezza. Lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, tiene moltissimo allo sport paralimpico: nei suoi undici anni di presidenza ha contribuito a farlo crescere e diffondere, come messaggio di inclusione sociale e “obiettivo di civiltà”.

Ma c’è un tema politico in questi giorni a creare imbarazzo al Quirinale – e al Paese ospitante, dunque al governo – ovvero la decisione del Comitato paralimpico internazionale di far competere gli atleti russi e bielorussi con la propria bandiera nazionale e l’inno, contrariamente al regime di neutralità adottato in precedenza. Il presidente dell’IPC, Andrew Parsons, ha difeso la scelta sottolineando la necessità di “non politicizzare eccessivamente la cerimonia e trattare gli atleti secondo i principi paralimpici”.

È un auspicio comprensibile, ma fragile: la geopolitica “entra” nello sport anche quando si finge che resti fuori. Il confine tra rispetto degli atleti e messaggio internazionale resta sottile, e l’Italia dovrà muoversi con equilibrio. Milano-Cortina 2026 può diventare il modello di una Nazione capace di tenere insieme efficienza organizzativa, successo sportivo e profondità etica. Se le Paralimpiadi sapranno lasciare questo segno, allora il testimone sarà passato davvero non solo tra gli atleti, ma tra le generazioni.


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