Il barile attorno agli 80 dollari, il Gnl su del 40% e le Borse temono un nuovo 2008 (ricordi Lehmann Brothers?)
Petrolio a tutto gas. Ovvero se non sono gli eroi a vincere (o perdere) le guerre. Ma le economie. Chi resiste di più ha vinto. Ma intanto c’è un prezzo da pagare (o da investire, ça va sans dire) perché si possano ampliare gli affari, estendere le linee di influenza, conquistare sempre più mercati. All’alba di un nuovo giorno di guerra, i numeri raccontano la storia, in maniera molto più affidabile dei bollettini militari e in certi casi meglio delle analisi di intelligence.
Petrolio a tutto gas
La giornata di ieri è stata un disastro. Il prezzo del petrolio, che s’era ancorato da mesi attorno ai 50 dollari (al massimo 60) al barile è letteralmente decollato. Ha raggiunto e superato già gli ottanta dollari, viaggia verso i cento e li supererà in scioltezza. Il problema, con lo Stretto di Hormuz chiuso e i missili che piovono sulle raffinerie del Medio Oriente (Arabia Saudita compresa), non è a quanto salirà il prezzo del barile. Ma se ce ne sarà ancora a sufficienza per tutti. Sarà, dunque, una graziosa concessione da parte di Donald Trump – che nel frattempo ne ha fatto incetta puntando fortissimo sul Venezuela – quando ce lo rivenderà a noialtri “scrocconi” europei. A prezzi ben superiori rispetto a quelli a cui c’eravamo abituati nei mesi scorsi. Così magari impariamo pure a non avergli voluto regalare la Groenlandia.
L’affare pulitissimo del Gnl
Un affare pulito, pulitissimo. Che ripagherà i petrolieri americani degli sforzi sostenuti e che sosterrà l’ultimo grande sogno di rendere grande ancora l’America. A spese nostre, chiaramente. Stesso, identico, discorso varrà per il gas. Che ieri, ad Amsterdam, s’è rivalutato in un giorno solo del 40 per cento. È arrivato a valere 44,7 euro al Mwh dopo aver toccato i 50 euro (49,17) per un aumento monstre superiore al 50%. Siamo ancora lontani dai record del 2022. Ma, anche allora, tutto è iniziato così. Coi venti di guerra trasformatisi in uno scambio di missili e in una guerra che doveva durare poche settimane che si impantana nel fango del Donetsk. Coi rubinetti chiusi dalla Russia, saranno ancora una volta gli americani a rifornirci di materie prime. Se non altro, in virtù degli accordi capestro di Turnberry, quando Ursula von der Leyen si piegò ai desiderata di Trump e firmò impegni fino a 750 miliardi di euro nel campo energetico. Petrolio e gas, certamente.
Pagheremo tutti noi, il costo per le famiglie
Non ci vorrà molto tempo prima che i rimpalli delle quotazioni si riflettano sulle bollette e sul conto dal benzinaio. C’è chi, come Conflavoro, ha stimato che la guerra in Iran costerà cento euro al mese in più alle famiglie. Complessivamente, l’impatto per l’Italia sarà di 33 miliardi di euro, rischia di andare in fumo l’1,5% del Pil insieme a circa 200mila posti di lavoro. Il Codacons, da parte sua, ha già provveduto a segnalare aumenti alla pompa e negli scaffali. È il prologo di quanto ci aspetta se non ci sarà una soluzione e se l’attacco a Teheran trascinerà il mondo occidentale in un’altra guerra di trincea. Gli aumenti di gas e petrolio significheranno nuovi salassi per la luce e per l’auto. Ma si rifletteranno pure, e sicuramente, sui prezzi dei beni a più alto consumo. A cominciare, ancora, dal carrello della spesa
Le Borse hanno paura (e fanno bene)
Tanto già basterebbe a non dormire la notte e a spiegare perché le famiglie italiane, nonostante tutto, hanno evidentemente fatto bene a mettere da parte quanto possibile limitando i consumi fino allo stretto necessario. Ma ad aggravare il quadro ci sono i segnali inquietanti che da settimane agitano i mercati finanziari. Ieri le Borse, in Europa, sono tracollate. Milano ha perso l’1,97%. Peggio è andata a Francoforte (-2,69%) e a Madrid che dopo un’apertura spaventosa sotto del 3,11% ha limato le perdite al 2,72%. Male pure il Cac40 di Parigi (-2,17%) mentre Londra è stata raggiunta dalle fibrillazioni (-1,24%). Israele, invece, vola: il Ta-125 ha centrato un rialzo favoloso del 4,7 per cento, trainato dai titoli della difesa e dell’energia. Gli stessi titoli che hanno brillato, per dire, anche a Milano. Con Eni e Leonardo sugli scudi. Ma l’euforia è stata contemperata dal disastroso esito della giornata per i bancari mentre Stellantis centra un’altra prestazione flop perdendo più del 7,3%. Con il mondo in fiamme, dove volano i missili e le forniture dell’energia sono a rischio, c’è poco da spiegare l’esito di una giornata convulsa sui mercati azionari di tutto il mondo. Dove, peraltro, il dollaro ha iniziato a rafforzarsi anche a discapito dell’euro. Questa, se non altro, è l’unica notizia positiva della giornata per il Vecchio Mondo.
La profezia sul credito: “La gente fa cose stupide”
A dare la mazzata finale ai mercati europei è stata l’apertura a dir poco horror delle borse americane. Il Dow Jones ha perduto un punto percentuale, lo S&P 500 ha ceduto lo 0,69% e il Nasdaq ha rinculato dello 0,6%. Uno scenario che si innerva sui dubbi legati alla tenuta del sistema creditizio. Avallati, tra gli altri, dal Ceo di JpMorgan Chase, Jamie Dimon che nei giorni scorsi aveva portato le sue perplessità in cima al dibattito economico globale. “Vedo gente fare cose stupide”, aveva detto. Ecco, la guerra è la cosa più stupida per eccellenza. Ma si combatte, oltre che con le armi, col denaro.