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Politica

Il caso Picierno e il rischio che le fuoriuscite dal Pd non siano finite

di Giuseppe Ariola -


La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno lascia il Pd. La rottura con Elly Schlein si era consumata da tempo

Da un lato lo scivolamento verso sinistra, dall’altro la determinazione di corteggiare – quando addirittura non inseguire – il Movimento 5 Stelle. Sono questi i due fattori principali che risultano particolarmente indigesti a tanti dirigenti e a una buona fetta della comunità del Pd. Due elementi che influenzano la linea politica del partito, a detta di molti snaturandolo, provocando non pochi mal di pancia. E se gli scontenti tra iscritti e simpatizzanti possono guardare altrove quando hanno la scheda elettorale tra le mani, per chi ricopre incarichi politici la strada obbligata è quella dell’addio. Così, un mese esatto dopo il trasloco di Marianna Madia in Italia Viva, anche Pina Picierno ha detto addio al Nazareno.

Il malumore contro Elly Schlein

La vicepresidente del Parlamento europeo in quota Pd, da tempo critica con la gestione del partito targata Elly Schlein, ha aderito al gruppo Renew Europe e al Partito Democratico Europeo di Sandro Gozi. Una scelta senza dubbio meditata e probabilmente in cantiere da tempo. Soprattutto una decisione a cui potrebbero giungere anche altri secondo quanto riportano esponenti dell’area riformista del Pd. Che la corrente sia in subbuglio non è una novità e che ci sia un disagio strisciante, soprattutto nei confronti di una segreteria giudicata poco attenta alle varie anime del partito, non rappresenta un segreto. Allo stesso tempo è evidente come la percezione che più di qualcosa non funzioni come dovrebbe nel Pd di Elly Schlein sia diffusa. Ne sono la riprova le parole e i commenti di quanti hanno salutato l’addio di Pina Picierno.

L’agitazione dell’area riformista

Tra le righe non è difficile interpretare un certo malumore per quelle dinamiche che dopo mesi di scontro hanno portato la vicepresidente del Parlamento europeo a lasciare il partito del quale ha fatto parte fin dal suo sorgere. A sottolineare l’importanza del “pluralismo” all’interno del Pd è Lorenzo Guerini, per il quale se questo valore fondante “si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito”. Filippo Sensi ritiene invece che “il Pd debba rendere più deciso il profilo riformista” e nel commentare la fuoriuscita di Pina Picierno si augura che i prossimi ad andare via “non siano gli elettori”. Giorgio Gori, invece, si augura che nel Pd “ci sia consapevolezza del problema che queste uscite segnalano”. Insomma, la leadership del partito continua a essere sotto attacco.

Pina Picierno lascia il Pd, ma il malcontento è diffuso

Soprattutto da parte di chi non ravvede nella Schlein quel profilo federatore capace innanzitutto di guidare un partito dalla vocazione plurale e, in secondo luogo, di creare un’alleanza organica del centrosinistra realmente in grado di contrastare la coalizione capitanata da Giorgia Meloni. Perché quella con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra continua a essere vista da tanti dem come un’accozzaglia, un cartello elettorale che se trasformato in una creatura stabile snaturerebbe il Pd e i valori che ne costituiscono le fondamenta. Oltretutto con il rischio che il primo partito di opposizione, nonché l’unico con una consolidata e matura vocazione di governo, venga scalzato nella leadership del campo largo da qualche civico puro o, peggio ancora, da Giuseppe Conte le cui velleità di tornare a Palazzo Chigi non sono mai tramontate.


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