Referendum e riflessi di potere: Schlein perde lucentezza, Meloni resta a colori
Al Nazareno il clima è bollente, ma non per il meteo. La temperatura politica di Elly Schlein sale, quella del consenso scende. È l’ennesima settimana sulle montagne russe per la segreteria dem, alle prese con il solito paradosso: un partito che parla di unità e pratica quotidianamente la divisione.
Il referendum è la scintilla. Pina Picerno, vicepresidente del Parlamento Europeo, già da tempo ha annunciato che voterà Sì, prendendo le distanze dalla linea ufficiale del partito. Una mossa che pesa, perché a ruota – dicono al Nazareno – si sono aggiunti altri “sì” illustri.
Non una fronda dichiarata, ma un’inquietudine strisciante che si fa sentire. Schlein minimizza, parla di “pluralismo”, ma la verità è che il pluralismo nel Pd somiglia sempre più a un derby infinito: c’è chi considera la segretaria troppo radicale, chi troppo esitante, chi semplicemente troppo diversa da quel che il partito è stato e ancora, sotto sotto, resta.
La promessa della “nuova sinistra” si sta impantanando nella vecchia macchina organizzativa. L’entusiasmo del congresso si è dissolto in una nebbia di equilibri, correnti e conferenze stampa paludate. La segretaria appare sincera e determinata, ma ogni sua mossa viene inghiottita dal meccanismo perfetto dell’autosabotaggio democratico: riunioni, rimandi e comunicati che non decidono mai fino in fondo.
Nel frattempo, il Paese osserva e va avanti.
Giorgia Meloni, dal suo fortino di Palazzo Chigi, si gode uno scenario politico paradossale: è lei, la leader che tutti definivano divisiva, a guidare oggi il governo più stabile d’Europa. Ha tenuto insieme una maggioranza a tratti litigiosa, superato bilanci difficili, retto a scossoni esterni e interni. Perfino gli alleati, quando brontolano, finiscono per rimettersi in riga. Meloni sembra aver trovato la formula: disciplina interna, comunicazione diretta, pochi dubbi e molta fermezza.
E l’opposizione? Osserva e si divide. Il Movimento 5 Stelle resta prudente – né alleato né rivale -mentre il Pd continua a cercare una direzione. Il campo largo rimane una dichiarazione d’intenti più che un progetto concreto. Il risultato è un’opposizione che non riesce mai a dare un colpo collettivo, ma soltanto tanti piccoli colpi di fioretto.
Schlein, ostinata e sorridente, continua la sua battaglia interna. Parla di diritti, di lavoro, di ambiente. Il problema non è il contenuto: è la musica di fondo, quella del malumore di molti dirigenti e dell’apatia di una base che non sente più l’onda lunga del rinnovamento. Il partito si chiude in sé stesso, mentre fuori la scena politica si compatta altrove.
Il Pd resta la macchina più complessa e contraddittoria del panorama italiano: una struttura piena di energie ma incapace di trasformarle in risultato. Tocca ancora alla segretaria trovare la formula per far convivere vocazione identitaria e appetibilità di governo.
Per ora, la sintesi non si vede. Al Nazareno si moltiplicano i vertici, ma le certezze restano poche. E altrove – nei palazzi di governo – ci si limita a osservare con calma ciò che accade.
Alla fine, più che di linea politica, il problema del Pd sembra essere di armocromia. Elly Schlein aveva promesso di ridipingere la sinistra con nuovi colori, ma tra correnti, distinguo e referendum, la tavolozza si è un po’ sporcata. Il rosso delle origini si confonde con il grigio delle mediazioni, e il verde della speranza sbiadisce sotto le luci al neon del Nazareno.
L’armocromia della segretaria – quella che a suo tempo fece sorridere persino i salotti più ingessati – oggi è la metafora perfetta del suo partito: un esercizio di stile in un quadro che non trova più la cornice. E mentre al Nazareno si cerca ancora la tonalità giusta, da Palazzo Chigi Giorgia Meloni osserva serena, forte di un governo che continua a stare, ironia della sorte, perfettamente in tinta con il potere.
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