Referendum giustizia, tra allarmismi e propaganda: le fandonie denunciate da Caiazza
Dal "sorteggio truccato" agli alieni: il dibattito sul referendum giustizia scivola nell’allarmismo. Caiazza smonta la propaganda del No
Il diritto, prima del rumore
Nel dibattito sul referendum sulla giustizia, il problema non è il dissenso. È il metodo. O, più precisamente, la sua progressiva sostituzione con una narrazione allarmistica che poco ha a che fare con il diritto e molto con la propaganda.
A fissare il punto, con una chiarezza che non ha bisogno di interpretazioni, è l’avvocato Gian Domenico Caiazza, che fotografa il livello a cui è stata portata la campagna contro il Sì:
«Tra un Barbero sospeso da Meta per eccesso di fandonie, le indagini farlocche sui magistrati spiati dal Grande Fratello, il “sorteggio truccato” (che potrebbero dirlo forse nemmeno in un bar di un paesello dell’Aspromonte), la nostra Costituzione che conta nulla come quelle di Iran, Russia e Corea del Nord, e “con questa riforma finiremo come a Minneapolis”, la prossima sarà che se vince il Sì ci invadono gli alieni».
Non è un’iperbole polemica. È un elenco. E proprio perché è un elenco, non richiede commenti aggiuntivi.
Le falsità ripetute come verità
La reazione del Comitato per il No dell’ANM è però rivelatrice. Si parla di “stupefacente attacco a Barbero” e di “molte notizie non vere” sul referendum. Curiosamente, tra queste non figurerebbe una delle affermazioni più martellanti dell’intera campagna: quella, esibita anche sui cartelloni, secondo cui “i giudici dipenderanno dalla politica”. Un’affermazione che, sul piano giuridico, resta priva di qualsiasi fondamento, ma che viene ripetuta come se fosse un dato normativo.
Il “sorteggio truccato” viene evocato senza spiegare chi lo truccherebbe, come e perché. La separazione delle carriere viene descritta come la dissoluzione dell’autonomia della magistratura, senza individuare un solo passaggio dell’ordinamento in cui questa autonomia verrebbe meno. La Costituzione viene chiamata in causa non come testo da interpretare, ma come spauracchio da agitare, fino a essere accostata a quelle di regimi autoritari.
Militanza politica e indipendenza a geometria variabile
In questo quadro si inserisce anche la nota di Fratelli d’Italia, che osserva come il presidente di Magistratura Democratica faccia campagna per il No insieme al Partito Democratico, salvo poi parlare di presunti rischi per l’indipendenza dei giudici. Non è la scelta politica in sé a essere contestata. È l’asimmetria: la propria militanza è presentata come fisiologica, quella altrui come una minaccia allo Stato di diritto.
Il corto circuito è evidente. Da un lato si denuncia l’ingerenza della politica nella giustizia; dall’altro si rivendica una partecipazione politica diretta, mentre ogni posizione contraria viene delegittimata come pericolosa. L’indipendenza, così, rischia di apparire non come un principio costituzionale, ma come una prerogativa riservata.
Quando l’allarme sostituisce il diritto
Il richiamo di Caiazza è tutt’altro che ideologico. È metodologico. Non afferma che la riforma sia intoccabile. Afferma che non è accettabile discutere una riforma sostituendo il diritto con l’allarme permanente. Quando il confronto scivola sul Grande Fratello, su Minneapolis o su Costituzioni equiparate a quelle di Iran, Russia e Corea del Nord, il problema non è la riforma. È la rinuncia alle categorie giuridiche.
Per ora, come osserva Caiazza, gli alieni non sono ancora atterrati. Ma a giudicare dal livello del dibattito, qualcuno sembra già pronto a giurare di averli visti.
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