“Rentri” per fare ordine nel sistema dei rifiuti dopo il flop di “Sistri”
Nel prossimo febbraio il nuovo Registro elettronico. La storia tormentata di quello che non ha mai funzionato
Una riforma silenziosa, quella di RENTRI, il Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti, dopo il flop di SISTRI. Chi ne parla, lo fa sottovoce. Dopo anni di attesa e tre legislature senza un sistema operativo, l’Italia si prepara all’obbligo che scatterà nel febbraio 2026. Il dibattito pubblico resta debole, il governo non spinge, la politica rimane in disparte. Le associazioni, intanto, denunciano criticità ancora aperte, l’esperienza del passato pesa come un monito.
Arriva RENTRI
Il RENTRI non cade dal cielo. È, in parte, la risposta alla debacle del SISTRI, il precedente sistema di tracciabilità digitale. Concepito per monitorare i rifiuti pericolosi tramite dispositivi elettronici e sostituire i formulari cartacei, non riuscì mai a entrare davvero in funzione.
Partì nel 2007 sotto il ministro Alfonso Pecoraro Scanio e fu formalizzato nel 2009 con Stefania Prestigiacomo alla guida del ministero dell’Ambiente. Il sistema venne affidato alla società Selex, con contratti e costi fissi elevati per lo Stato e per le imprese.
A Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi: pose il segreto di Stato sulla vicenda che visse poi pure in orbite giudiziarie intricate.
Una parabola tormentata
Le aziende dovettero acquistare token Usb e black box per adeguarsi, ma il sistema non funzionò come promesso. Nel 2018 l’allora ministro Sergio Costa definì il SISTRI “uno dei più grandi sprechi nella gestione dei rifiuti speciali”, stimando che i costi sostenuti da imprese e Stato avevano superato i 141 milioni di euro dal 2010.
Secondo stime di associazioni imprenditoriali, per molte piccole e micro-imprese i costi diretti di adeguamento si avvicinarono ai 3.500 euro per azienda solo in costi di iscrizione e strumentazione tecnica, senza contare la formazione del personale e il tempo sottratto ad altre attività.
Alla fine di tre legislature segnate dal vuoto (2019-2022), fu abolito il primo giorno del gennaio 2019 dal Governo Conte I, dando spazio alla gestione cartacea dei formulari e all’idea di un nuovo strumento digitale.
La burocrazia ministeriale in campo per il nuovo sistema dei rifiuti
Fu così che la burocrazia tecnica del ministero dell’Ambiente iniziò a studiare una soluzione alternativa. Tra il 2019 e il 2022, sotto i governi Conte II e Draghi, si delineò ciò che sarebbe diventato il RENTRI. Lavorarono i dirigenti e i tecnici dei servizi rifiuti, insieme ai consulenti dell’Ispra e alle Camere di Commercio.
Nessuna figura politica scelse una narrazione pubblica corposa. Nessun ministro volle farne una bandiera green.
In questo gap politico, anche il ruolo di Roberto Cingolani, che fu ministro della Transizione Ecologica con Draghi e oggi è ceo e gm di Leonardo.
La storia recente, dopo SISTRI
La storia più recente del sistema parte da un Decreto del 2023 reso operativo dal 13 febbraio scorso, con le abituali scadenze progressive per l’obbligo definitivo nel 2026. Digitalizza registri e formulari, crea un unico database nazionale e obbliga alla vidimazione elettronica.
Si propone di superare la frammentazione dei dati e di offrire strumenti di controllo reali. Ma le critiche non mancano. A differenza del SISTRI, criticato per i costi diretti e la tecnologia rigida, il RENTRI oggi affronta criticità di natura operativa e organizzativa.
Le criticità
Confindustria, Cna, Confartigianato e Anci segnalano sistemi gestionali non ancora interoperabili, procedure non intuitive, scarsa formazione dedicata alle imprese e timori concreti sulle conseguenze sanzionatorie in caso di errori di trasmissione dei dati. Le imprese chiedono maggiori chiarimenti sui costi di adeguamento e sui tempi di supporto, perché temono che l’obbligo digitale si trasformi in un aggravio.
Gli operatori del settore di trasporto rifiuti denunciano anche difficoltà nel coordinare il prossimo software con gli strumenti dei mezzi aziendali e sollevano dubbi sull’efficacia del sistema nel ridurre realmente le pratiche illegali di smaltimento. Alcuni addetti ai lavori, sempre sottovoce, dicono: “Le imprese devono prepararsi in fretta, ma mancano ancora linee guida chiare su come evitare errori e sanzioni”.
Tensioni che nascono da un contrasto evidente: la politica nazionale ha deciso di delegare alla burocrazia tecnica l’intera implementazione, scongiurando un grande dibattito pubblico. Questa scelta riduce l’esposizione politica, ma aumenta il carico di responsabilità sulle imprese e sugli operatori. Il governo resta prudentemente defilato, mentre il RENTRI cresce nei fatti.
Un banco di prova
Rappresenta un banco di prova. Da un lato, offre strumenti moderni per una tracciabilità digitale coerente con gli obiettivi europei di trasparenza e economia circolare. Dall’altro, richiama l’attenzione sulle difficoltà di adeguamento, sulla qualità dei dati e sulla capacità di usare realmente queste informazioni nei controlli ambientali e nelle politiche pubbliche.
In ogni caso, non sembra promettere fuochi d’artificio e forse non otterrà diffusi applausi dalla politica. Chiede disciplina, tempo e risorse. La vera sfida non sarà digitalizzare i formulari, ma trasformare una riforma tecnica in un’opportunità reale di governance dei rifiuti.
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