Riforma della Giustizia:“Sì” contro il sovranismo giudiziario
di DOMENICO MENORELLO*
Certa giustizia intende riformare l’uomo? E perché certa magistratura vuol fare le leggi, anziché (solo) applicarle? Il referendum del 22 e del 23 marzo diviene lo spartiacque per dare risposte a tali quesiti e cambiare passo rispetto alle storture, che sono da troppo tempo sempre più di pregiudizio per la libertà di tutti.
“Ingiustizia creativa. La trasformazione antropologica”
Quando, con Maurizio Sacconi, abbiamo scritto il pamphlet “Ingiustizia creativa. La trasformazione antropologica” (con prefazione di Domenico Airoma, postfazione di S.E. Mons Andrea Bruno Mazzocato) abbiamo voluto porre direttamente il grave problema dato da una concezione errata della giurisdizione, che non sembra accettare di limitarsi ad applicare la legge, ma vuole essa stessa disciplinare le questioni che interessano ai singoli e al Paese, fino a quelle più complesse, fino a reinterpretare l’umano, bypassando le leggi o condizionando il confronto democratico che deve avvenire nel Parlamento.
È quel che viene chiamata “giustizia politicizzata”, che pretende, cioè, di esorbitare rispetto alla funzione propria dello ius dicere, per rivendicare una vera e propria “supplenza” del Legislatore. Ciò accade da decenni, tant’è che di “giustizia politicizzata” parlava già un filosofo del diritto italiano tanto autorevole quanto coraggioso e, col senno di poi, autenticamente profetico, Francesco Gentile, capace di mettere in luce, nelle aule dell’Università di Padova dagli anni ’90, un dato che allora appariva scomodo e oggi risulta decisivo per comprendere le origini anche teoriche della crisi della giustizia italiana.
Politicizzare la Giustizia
Gentile affermava con chiarezza che la pretesa di politicizzare la Giustizia non era un fenomeno marginale o accidentale, ma emergeva in modo esplicito dall’impostazione teorica di esponenti di Magistratura Democratica, l’ala più “progressista” e a lungo più importante della magistratura italiana. Il sorteggio dei membri del CSM va allora considerato non tanto per la sua perfezione tecnica, ma in quanto intende eliminare alla radice l’idea stessa di un CSM politicizzato, che peraltro non ha altri esempi come quello italiano nell’Occidente.
Scegliere il “SI” significa allora volere più giustizia e giudici dediti solo a quello straordinario ed essenziale compito di pacificare i conflitti, chinandosi sul caso concreto per valutarlo alla luce dei canoni condivisi da una società, quali sono, in ipotesi, le leggi.
Votare “SI” vuole dire opporsi al perpetrarsi ulteriore di una giustizia creativa e sbagliata, che decenni fa piegava molti istituti giuridici a fini ideologici propri delle pretese marxiste, ma più recentemente ha assunto come propria mission l’imposizione dell’ideologia di derivazione americana detta woke, dominata da un esasperato radical-individualismo, condizionando, così, la concezione stessa dell’umano nei campi della vita, della morte, della genitorialità e della tossicodipendenza.
Ovvero ha usato le leve dei provvedimenti giudiziali per opporsi politicamente a scelte legislative non condivise, come capita ormai costantemente con l’immigrazione. Ma il punto non è se questa o quella scelte normativa sia o meno condivisibile, bensì che il luogo delle decisioni legislative deve restare solo il Parlamento, altrimenti qualsiasi altra leva normativa radica scelte non democraticamente assunte. Per cui, il voto favorevole al referendum consentirà al popolo di liberare la magistratura dalla politica, cui molte toghe hanno voluto consegnare troppa giustizia italiana.
*Comitato civico per un giusto Sì
Torna alle notizie in home