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Giustizia

Giustizia a memoria variabile: quando il testo conta meno dell’opinione

Dal voltafaccia di Travaglio al No sulla riforma, passando per Barbero e il giustizialismo militante: il referendum sulla giustizia tra slogan, celebrità e una riforma che pochi hanno letto

di Anna Tortora -


Dal sorteggio al giustizialismo: la conversione di Travaglio

Il Comitato Sì Riforma ha diffuso un video che dovrebbe imbarazzare l’esimio Marco Travaglio. Dovrebbe. Perché il problema non è il contenuto del video, ma la memoria di chi lo guarda… Soprattutto se dentro c’è lui stesso.

Il 4 giugno 2021, ospite di Otto e mezzo su La7, il fondatore e direttore de Il Fatto Quotidiano sosteneva con sorprendente nettezza che il sorteggio fosse l’unico strumento capace di sbaragliare le correnti nel CSM, aggiungendo che una riforma costituzionale fosse necessaria per ridurne il peso e restituire credibilità alla magistratura. Non un’opzione, non una suggestione: l’unica soluzione.
Oggi, però, Travaglio si schiera per il No, prendendo le distanze da ciò che lui stesso indicava come inevitabile. Nessuna autocritica, nessuna spiegazione. Solo un cambio di linea che coincide, guarda caso, con lo sdoganamento definitivo di un giustizialismo sempre più forcaiolo, nel quale il processo diventa un intralcio, il giudice terzo un sospetto e la presunzione di innocenza un lusso da anime belle.
In questo nuovo corso, le correnti non sono più il problema, gli errori giudiziari diventano fastidiose statistiche e il carcere preventivo una scorciatoia morale. L’importante è “prendere qualcuno”. Se poi era innocente, pazienza: sarà per la prossima prima pagina.

Cambiare idea è legittimo. Fingere di non averla mai avuta è una tecnica narrativa.

Storici, celebrità e falsi miti: quando la riforma parla da sola

Nel dibattito entra anche Alessandro Barbero. Storico preparato, divulgatore efficace, ma evidentemente convinto che la popolarità equivalga a competenza costituzionale.
A riportarlo con sobrietà dentro il perimetro del testo interviene Antonio Di Pietro, che non interpreta, non suggerisce, non allude. Invita semplicemente a leggere. E dice:
«Professore, legga la riforma. Nel testo c’è scritto che i magistrati, sia quelli inquirenti che quelli giudicanti, restano un ordine autonomo e indipendente, come lo sono adesso. Resta immutata la loro inamovibilità, la loro diretta autorità nei confronti della Polizia giudiziaria e il fatto che entrambi rimangano all’interno della giurisdizione in quanto sono soggetti solo alla legge. Resta, inoltre, immutata l’obbligatorietà dell’azione penale.»

Non è un’opinione. È il testo.
Anche il Comitato Sì separa smonta punto per punto le affermazioni dello storico: Barbero sbaglia. La riforma parla chiaro.
Separazione delle carriere significa più garanzie, non meno.
“Non è un referendum sulla separazione delle carriere”.
FALSO. La riforma rende la separazione definitiva e irreversibile, impedendo ogni passaggio tra chi accusa e chi giudica.
“Il Governo sceglierà i magistrati”.
FALSO. Il Governo non nomina, non controlla, non dirige i magistrati.
“I magistrati potranno ricevere ordini dal Governo”.
NON È VERO. Restano immutati:
indipendenza
inamovibilità
obbligatorietà dell’azione penale
soggezione solo alla legge
Nel fronte del No compaiono anche Alessandro Gassmann, Fiorella Mannoia, Marisa Laurito. Opinioni legittime, certo. Ma resta una domanda elementare: parlano dopo aver letto la riforma o per appartenenza ideologica?

Alessandro Sallusti osserva:
“Detto che tutte le opinioni sono legittime mi chiedo che cosa ne sappiano questi signori di giustizia, di carriere dei magistrati e di CSM; mi chiedo come possano rimanere indifferenti al fatto che con l’attuale sistema ogni anno mille italiani finiscono in carcere senza alcuna colpa; mi chiedo che cosa sappiano più del più grande giurista vivente della sinistra, il professore Augusto Barbera, già onorevole del PCI, che ha annunciato che al referendum voterà convintamente Sì (probabilmente ne disconoscono l’esistenza).”

Il Paese delle opinioni competenti

C’è qualcosa di rassicurante, in fondo, in questa campagna referendaria. Non importa leggere i testi, studiare le norme o distinguere tra ruoli e funzioni: in Italia l’opinione è sempre pronta, soprattutto quando è lontana dai fatti.

Così uno storico diventa costituzionalista, un attore giurista, un cantante esperto di CSM e un giornalista può serenamente smentire se stesso senza avvertire il bisogno di spiegare perché. Il testo della riforma resta lì, uguale a se stesso, mentre attorno gli si costruisce una narrazione fatta di paure, slogan e suggestioni, come se la Costituzione fosse un manifesto elettorale e non una legge fondamentale.

Nel frattempo, il vero tema: il giudice terzo, il giusto processo, le garanzie per i cittadini – scivola sullo sfondo. È meno affascinante. Non fa rumore. Non divide le tifoserie. E soprattutto non consente di recitare.

Così il dibattito si popola di voci che parlano di giustizia senza frequentarla, della Costituzione senza leggerla, delle riforme senza affrontarne una riga. Ma va bene così: l’importante è avere un’opinione, meglio se netta, meglio se indignata, meglio ancora se non disturbata dai fatti.
In Italia non mancano le riforme.

Mancano quelli che le leggono. E abbondano quelli che le spiegano.

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