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Economia

Petrolio: lo sgancio record di riserve non rasserena i mercati

L'Ue chiude a Putin: "Non è il momento", le conseguenze della crisi sull'Italia

di Giovanni Vasso -


Sgancio record di riserve. Il lusso di attendere. Almeno un altro po’. Perché il tempo è tutto e mai come adesso, in uno scenario altamente volatile, è necessario muoversi seguendo uno schema preciso e determinato. Una cosa alla volta, non tutto insieme. Sennò, poi, si rischia di indispettire (anche) i mercati e di non risolvere granché. Ieri è stato disposto, con l’avallo dell’Agenzia internazionale dell’energia, il rilascio sui mercati di ben 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche di ogni singolo Paese. Per capirci: quando era insorta, con il conflitto russo-ucraino, la crisi energetica del 2022 di barili ne erano stati messi in circolazione meno della metà, “solo” 182 milioni.

Record sgancio riserve non basta a calmare i mercati

Eppure, forse, non bastano nemmeno. Già, perché sui mercati il petrolio e il gas hanno ripreso quota. Certo, siamo molto lontani dai picchi toccati nei giorni scorsi: il brent viaggia poco sopra i 92 dollari al barile, il Wti si assesta sotto i 90 mentre al Ttf di Amsterdam il gas ritrova quotazioni superiori ai 50 euro al Megawattora. Eppure ci si attendeva un effetto “calmiere” più forte, simile (almeno) a quello registratosi dopo le promesse di Trump sulla guerra in dirittura d’arrivo, che avevano sgonfiato i prezzi e rilanciato gli affari in Borsa. Ieri non è accaduto nulla di tutto questo e difatti, in Europa, i mercati si sono depressi: a Milano le perdite sono state nell’ordine dello 0,95%, e Francoforte ha bruciato l’1,2%. Il quadro resta interlocutorio. La guerra, sul campo, non è finita. Le navi, nello Stretto di Hormuz, continuano a colare a picco. Inutile girarci attorno.

L’Ue chiude a Putin: “Non è il momento”

La questione è centrale. Non è un problema di fornitori, come accadde nel ’22. È un problema di merci. Che non ci sono. L’elefante nella stanza, in Europa, ha il profilo segaligno e il sorriso malizioso di Vladimir Putin. Ursula von der Leyen e Antonio Costa, presidenti della Commissione Ue e del Consiglio Europeo, chiudono a ogni ipotesi di togliere le sanzioni: “Questo non è il momento”, hanno detto all’unisono su X. Rivelandosi fiduciosi nell’applicazione del “tetto massimo al prezzo del petrolio” che “contribuirà a stabilizzare i mercati e a limitare le entrate della Russia”.

Meloni, le accise e le “ulteriori misure”

Chi ha preso tempo, ieri, è stata anche Giorgia Meloni. Che in Senato ha spiegato perché il consiglio dei ministri dell’altro giorno non ha parlato di eventuali provvedimenti su accise e Iva per i carburanti: “Il meccanismo utilizza la maggiore Iva derivante dagli aumenti per abbassare le accise. Noi parliamo di un problema che abbiamo da pochi giorni – sei, sette giorni – e gli introiti derivanti dall’Iva in un periodo così breve non consentono di costruire un impatto percepibile dai cittadini”.

Salvini “chiama” le compagnie energetiche

Il ministro Pichetto Fratin ha riferito che sono all’attenzione del governo “ulteriori misure” con “l’obiettivo di facilitare l’accesso dei consumatori e delle imprese a prezzi dell’energia che garantiscano il potere di acquisto e la competitività internazionale del tessuto produttivo italiano”. Intanto il vicepremier Matteo Salvini, in serata, ha fatto sapere di essere “determinato a convocare le compagnie petrolifere per chiedere risposte chiare”. Il leader della Lega ha riferito che “gli aumenti degli ultimi giorni – in particolare da parte di compagnie straniere – sono ingiustificati e stupefacenti”. E, pertanto, ha riferito che “gli uffici sono al lavoro per prevedere eventuali sanzioni”.

La tempesta sulle famiglie, i conti Confesercenti

C’è ancora tempo, soprattutto per le analisi. Confesercenti ha riferito che sulle famiglie è prevista una buriana che costerà loro 14 miliardi di euro. “A quadro invariato”, fanno sapere dall’organizzazione, “e in assenza di correttivi, gli italiani spenderebbero 6,9 miliardi in più per i carburanti e 7,1 miliardi per le bollette”. Ma non è tutto perché “per lo Stato si determina un maggiore incasso Iva pari a 1,9 miliardi di euro complessivi, di cui 1,2 miliardi dai carburanti e 700 milioni dalle bollette”. L’effetto a catena sarebbe devastante: l’inflazione passerebbe al 2,5% (dall’1,8% attuale), facendo deprimere i consumi (che passerebbero dal +0,8% a un più striminzito +0,5%, bruciando fatturato per 3,9 miliardi) e rimpicciolendo la crescita del Pil che andrebbe “rivista dal +0,7% al +0,4%”. Insomma un bel guaio. Nella speranza che, a scoppio ritardo, lo sgancio record di riserve sortisca effetti più apprezzabili ancora costringendo gli analisti a rivedere i conti.


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