Sanremo: arriva la prima pesantissima stecca di Carlo Conti
Carlo Conti con Gianna Pratesi
Caro Carlo Conti, bentornato sul palco più famoso d’Italia. Bentornato con la tua giacca scintillante, il tuo sorriso rassicurante, la tua promessa — giurata, sospirata, ripetuta come un mantra — di tenere la politica fuori dall’Ariston. Niente polemiche, niente schieramenti, niente bandiere. Solo musica, solo canzoni, solo spettacolo.
Poi è arrivata la signora Gianna.
Gianna Pratesi, 105 anni, di Chiavari, pittrice, nuotatrice, lettrice di tre giornali al giorno, fan di Ornella Vanoni e di Ventiquattromila baci. Una signora deliziosa, simpaticissima, vivace come una fiamma. L’ospite d’onore della prima serata, chiamata sul palco per celebrare gli ottant’anni della Repubblica. Tutto bellissimo, tutto commovente, tutto impeccabile.
Fino alla domanda.
“Ha votato per la Repubblica o per la Monarchia?” chiede Conti, cercando di aprire una finestra sulla storia senza far entrare correnti d’aria politica. Risposta della signora Gianna, senza un attimo di esitazione: “Eravamo sicuri in casa mia. Tutti di sinistra.” E i fascisti? Un gesto eloquente con la mano: “Ciao ciao.” Parte dell’Ariston applaude. Il PD rilanciava già il video sui social prima ancora che lei scendesse dal palco.
Ora, intendiamoci: la signora Pratesi è adorabile. Ha 105 anni, ha vissuto la guerra, ha votato quando le donne finalmente potevano farlo, suona il pianoforte e legge la Gazzetta dello Sport ogni mattina. Meritatissimo ogni applauso, ogni fiore, ogni abbraccio di Laura Pausini.
Ma qui non si processa la nonnina. Qui si fa notare un dettaglio che a Sanremo conoscono benissimo: gli ospiti vengono preparati. Le domande vengono ripetute venti volte. Nulla va in scena per caso, nulla arriva impreparato. E allora sorge spontanea una riflessione: in un festival che aveva censurato — sì, censurato — il comico Andrea Pucci ancora prima che aprisse bocca, travolto da un linciaggio social per le sue simpatie politiche non esattamente di sinistra, come mai uno spot così limpido e cristallino per la parte avversa riesce a passare indisturbato, tra gli applausi del pubblico e i retweet dei Democratici?
Pucci: giudicato, condannato, espulso prima ancora di salire sul palco.
La signora Gianna: applausi, fiori, lacrime, standing ovation.
La musica, si sa, è uguale per tutti. Ma a Sanremo, evidentemente, alcuni ascoltano con le orecchie e altri con il megafono.
E come se non bastasse — quasi il destino avesse voluto aggiungere una nota di grottesco — mentre la signora Pratesi parlava di Repubblica, sul grande ledwall dell’Ariston campeggiava maestosa la scritta: “Il 54% alla REPUPPLICA”. Con due P. Due belle P tonde come palloncini. La Rai, la rete pubblica pagata con il canone degli italiani — di tutti gli italiani, di destra, di sinistra e di centro — riesce a non saper scrivere nemmeno la parola più importante della serata.
Cartellino giallo, caro Conti. Anzi: prima stecca. E che stecca.
Si capisce l’intenzione: celebrare gli ottant’anni della Repubblica è doveroso, giusto, sacrosanto. Ma in una gara canora, in una festa della musica italiana, davvero non si trovava spazio migliore per farlo? Davvero era necessario portare sul palco dell’Ariston — con tutto il rispetto per la sua età e la sua storia — una ultracentenaria che con Sanremo centra quanto un assolo di tromba in una finale di nuoto?
La risposta, temo, la conoscete già. E la conosce bene anche chi ha scelto le domande, preparato il ledwall e confezionato il momento con cura certosina.
La solita musica, insomma. Stonata come sempre. E con una “P” di troppo.
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