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Attualità

Il tempo delle scelte per sicurezza e giustizia

di Giuseppe Tiani -


Il Governo prepara nuove iniziative su sicurezza e contrasto dell’immigrazione clandestina, rivendicandone il nesso e chiedendo continuità normativa e operativa. Non è più un fatto episodico. È una criticità strutturale, quotidiana, misurabile, la cronaca è netta sul tema. La sicurezza è entrata nel linguaggio dei cittadini e dei sindaci, in ritardo in quello dell’opposizione, un termometro che registra la fiducia nelle istituzioni. Quando quel termometro sale, liquidare tutto come politica della paura è un alibi. Significa non vedere la frattura profonda che attraversa lo spazio pubblico. Qui sta lo snodo, è giunto il tempo delle scelte riformatrici, non delle convenienze.

Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 è uno snodo che attualizza il dibattito sulla separazione delle carriere e la credibilità di un sistema che alterna moralismi e criticità. Ed è giusto che il popolo si esprima su una questione così delicata e strategica. Sicurezza e giustizia non sono binari separati, soffrono della stessa crepa istituzionale che impedisce allo Stato di essere garante e lo riduce, spesso, a commentatore. Le mutazioni sociali e tecnologiche non consentono più a polizia e magistratura di lavorare con un’architettura datata: criminalità mobile, conflitti urbani, reati cyber, radicalizzazioni, pressione migratoria e disagio sociale chiedono catene decisionali efficaci e verificabili, interoperabilità reale, formazione continua, presìdi territoriali, tempi della giustizia compatibili con la vita delle persone e dell’economia.

Quando non accade, la domanda di sicurezza cresce e si politicizza. E la politica, quando non governa la complessità, scivola nella propaganda o nel qualunquismo. Ma un riformismo serio non può fermarsi alla superficie dell’ordine. La sicurezza non è solo repressione, ma protezione dei più fragili e della qualità della convivenza democratica. Nei grandi centri urbani la paura pesa soprattutto su anziani, donne, pendolari, piccoli commercianti, lavoratori notturni, ragazzi delle periferie. Luoghi e persone che custodiscono il patrimonio comune delle culture popolari europee, difendere i diritti sociali e l’emancipazione senza recidere il vincolo della legalità. È la cifra migliore del Popolarismo e della Socialdemocrazia, chiamati a rappresentare ceti medi e popolari, libertà d’impresa ed economica che lasci indietro i più vulnerabili.

Separare sicurezza pubblica e disagio sociale significa consegnare spazio agli estremismi, repressivi e permissivi. In questo quadro, va riconosciuto al ministro Piantedosi, che ha tenuto una linea di responsabilità, senza trasformare il Viminale in una tribuna elettorale permanente. È un merito, perché la sicurezza pubblica non è un hashtag, è governo del rischio, prevenzione, intelligence, coordinamento e presenza. E tuttavia i decreti, da soli, non bastano. Serve concretezza nelle politiche del personale, valorizzando la specificità dei poliziotti, formazione, retribuzioni adeguate, tecnologia operativa, tutela legale, benessere organizzativo, carriere trasparenti. Perché la prima linea dello Stato non può essere usata e poi dimenticata.

C’è poi un’ambiguità che cresce, si parla di “sicurezza nazionale” anche quando si intende sicurezza urbana e ordine pubblico. Non è una sfumatura, è un rischio. In una democrazia matura i comparti difesa e sicurezza vanno tenuti distinti. La sicurezza pubblica è prerogativa delle autorità civili. La difesa è altra cosa, strategica. Normalizzare eccezioni permanenti confonde responsabilità e indebolisce entrambe le funzioni. Per questo non è più rinviabile la restituzione di una Commissione parlamentare Affari Interni. Le crisi internazionali, il terrorismo, l’instabilità, le guerre commerciali si riverberano nel Paese. Gli affari interni non sono un residuale sul piano degli strumenti parlamentari, sono il punto in cui la storia diventa vita quotidiana nei quartieri e nel confronto delle diverse culture.

Quanto ai partiti, chi ha sposato in via esclusiva la tesi moralista della giustizia non è credibile quando accenna alla sicurezza a fine legislatura. Diversamente, il PD non può evitare il tema né considerarlo una concessione all’avversario, deve riappropriarsene con grammatica riformista, perché anche grazie alla sicurezza si garantisce la fruibilità dei diritti, non il loro tabù o negazione.

Va detto con chiarezza, riformare l’architettura istituzionale non significa favorire il securitarismo che non condivido, ma non può significare neppure avallare il permissivismo che ha prodotto paura e limitazioni nella vita quotidiana. Quanto alla questione giustizia, nel rispetto invalicabile dell’indipendenza e dell’obbligatorietà dell’azione penale, va detto che la cultura della responsabilità organizzativa e della trasparenza è una frontiera ancora da compiere fino in fondo. L’indipendenza è una garanzia democratica, ma la fiducia si alimenta anche con regole chiare, comportamenti misurabili, disponibilità all’autocritica oltre il recinto della cultura corporativa di categoria. Per questo resta attuale il richiamo di Berlinguer: “La questione morale esiste, ed è decisiva”. La moralità pubblica non è retorica e non riguarda solo la politica, riguarda la credibilità di chi rappresenta le istituzioni, con essa, la partecipazione dei cittadini, oggi segnata da una disaffezione che si traduce nella patologia dell’astensione.

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