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Trump e la Groenlandia: l’America “emisferica” tra interessi, Artico e diritto internazionale

Trump rilancia sulla Groenlandia. Dottori parla di America “emisferica”, Vecchioni avverte: interessi contro valori nell’ordine globale

di Anna Tortora -


Il valore della Groenlandia per Trump: linea politica, non provocazione

Donald Trump non provoca: governa. E da presidente degli Stati Uniti torna a ribadire le sue mire sulla Groenlandia. Non una battuta né una provocazione mediatica, ma una linea politica che prende forma nel pieno esercizio del potere. L’Artico non è più periferia strategica: è uno dei nuovi snodi della competizione globale.
L’Amministrazione americana insiste su un punto: non si parla di invasione, ma di acquisizione. Il segretario di Stato Marco Rubio lo ha spiegato al Congresso: l’obiettivo di Trump è acquistare l’isola dalla Danimarca. Una distinzione formalmente rilevante, ma politicamente ambigua. Perché introduce un’idea nuova, e inquietante, di sovranità come oggetto negoziabile in funzione degli interessi di una grande potenza.

Trump “emisferico” e il salto di paradigma

Qui l’analisi non può fermarsi alla superficie. Come osserva Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes:
«Da tempo parlavo di un Trump divenuto “emisferico”. Ora lo dice anche lui».
La formula è tutt’altro che suggestiva. L’America “emisferica” non si accontenta più di difendere alleanze o influenze regionali: rivendica un diritto di proiezione strategica esteso, potenzialmente illimitato. La Groenlandia diventa così un tassello coerente di una visione che supera la logica delle sfere d’influenza classiche.
Le pretese americane sull’isola artica fanno pensare che gli strateghi di Washington stiano andando oltre i confini tradizionali della geopolitica contemporanea, avvicinandosi a un’idea di spazio vitale che la storia europea conosce bene. Un’idea che non riconosce limiti territoriali, ma solo necessità strategiche. Se così fosse, sarebbe davvero inquietante. Anche se la speranza è che questa lettura sia eccessiva.

Caracas come laboratorio del metodo

Lo stesso schema sembra emergere in America Latina. Il blitz statunitense su Caracas viene presentato come un successo: un dittatore rimosso, un nuovo presidente disposto a collaborare con Washington, forniture energetiche garantite. Tutto positivo, almeno in apparenza.
Ma qui il quadro si incrina. Perché la continuità del sistema di potere, purché allineato agli interessi americani, solleva un interrogativo decisivo: la democratizzazione è davvero l’obiettivo o solo una variabile negoziabile? La questione delle elezioni non appare prioritaria. Figure simbolo dell’opposizione, come María Corina Machado, risultano marginalizzate proprio perché chiedevano un ritorno immediato alle urne.
Il messaggio che rischia di passare è chiaro: il regime può restare, purché si adegui, rompa con Russia e Cina e guardi solo a Washington. Non è solo Caracas: è un modello.

Trump verso la Groenlandia: quando i valori diventano opzionali

Ed è qui che le parole di Domenico Vecchioni vanno prese alla lettera e analizzate senza sconti.
«Si può anche essere disposti a sacrificare il diritto internazionale sull’altare del ristabilimento della libertà e della democrazia».
Vecchioni individua il primo snodo critico: il diritto internazionale viene subordinato a una finalità superiore, moralmente nobile. Ma il sacrificio delle regole, anche se giustificato da buone intenzioni, apre una faglia strutturale nell’ordine globale.
«Ma se poi, in definitiva, ciò che conta sono solo gli interessi nazionali di un singolo Paese, cosa rimane sulla scena internazionale?»
Qui il ragionamento si fa più radicale. Se l’interesse nazionale diventa l’unico criterio, il sistema internazionale smette di essere un ordine condiviso e si riduce a una somma di rapporti di forza.
«Una politica estera dove la parola “valori” sarà sempre più rara, dove invece prevarrà la parola “interesse” e dove si invocherà il diritto internazionale solo quando coincide con i propri interessi».
Non è una previsione ideologica, ma una diagnosi. I valori non scompaiono, ma diventano strumentali. Utili quando servono, sacrificabili quando ostacolano.

«I valori? Possono attendere. Non interessano più di tanto, roba da dare in pasto a un’opinione pubblica sempre più esclusa dai processi decisionali e sempre più manipolata».
È forse il passaggio più duro. Perché chiama in causa non solo le élite politiche, ma anche il rapporto fra potere e consenso.
Trump non ha inventato questa dinamica. Ma da Presidente l’ha resa esplicita. La Groenlandia, in questo senso, non è solo un’isola: è il simbolo di una fase in cui l’equilibrio tra interessi e valori diventa sempre più fragile. Non ancora spezzato, ma chiaramente sotto pressione.

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