Una super tassa californiana minaccia di far piangere anche i milionari
Il quartiere della Franchise Tax Board, l'Agenzia delle Entrate della California
In California c’è un’iniziativa politica volta all’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio netto dei miliardari, chiamata Billionaire Tax Act. Dovrebbe essere inserita nelle schede elettorali del referendum che si terrà a novembre del 2026. I sostenitori stimano che la misura potrebbe raccogliere circa 100 miliardi di dollari.
Il 90% del gettito sarebbe destinato a programmi di assistenza sanitaria per compensare eventuali tagli federali, mentre il restante 10% verrebbe utilizzato per l’istruzione e l’assistenza alimentare.
Questa scelta finanziaria potrebbe costringere i proprietari e i fondatori di alcune delle imprese più grandi al mondo a vendere una parte significativa delle loro azioni. Tale accadimento comporterebbe un crollo dei prezzi delle partecipazioni azionarie a discapito non solo dei titolari delle stesse ma anche dei dipendenti delle aziende coinvolte e degli investitori in generale. La proposta è redatta in modo poco chiaro e per questo la percentuale di tassazione potrebbe essere più alta di quella prevista. Se tale iniziativa andrà avanti la California dovrà prepararsi all’esodo di imprenditori e finanziatori che non vorranno sottostare ad oneri fiscali eccessivi. E ciò comporterà la perdita di numerosi posti di lavoro.
La preoccupazione maggiore che allerta i fondatori delle Big Tech, è il sistema previsto: la tassazione dei diritti di voto anziché della sola proprietà economica.
Nelle strutture azionarie a doppia classe, quale Meta (Facebook) e Alphabet (Google), i fondatori possiedono spesso azioni di Classe B che consentono dieci voti per ogni titolo rispetto ad una quota economica minima.
La proposta di legge prevede che il patrimonio netto venga calcolato sulla base della quota di controllo effettiva esercitata tramite i diritti di voto, non sulla percentuale di azioni possedute. Per esempio Larry Page e Sergey Brin possiedono circa l’11, 3 % di Alphabet ma controllano il 52,3 % dei diritti di voto. Allo stesso modo Mark Zuckerberg possiede circa il 13,6% di Meta ma ha il 61,0 % di controllo del voto.
Ciò potrebbe costringere i fondatori a trasformare le loro azioni di Classe B in Classe A e a venderle come partecipazioni ordinarie, rinunciando alle loro quote di controllo e liquidando parti importanti dei loro investimenti.
Per le aziende non quotate, la legge impone un metodo di valutazione basato sul valore contabile più un moltiplicatore degli utili. Se un fondatore detiene il controllo assoluto tramite diritti di voto, specialmente in una startup che vale miliardi, la tassa potrebbe superare la sua liquidità personale, costringendolo a cedere quote di controllo anche in momenti particolarmente critici.
La proposta di legge californiana incarica gli stessi contribuenti di determinare il loro patrimonio netto e di versare la giusta tassa sullo stesso. Per esempio per azioni di una società quotata in borsa il calcolo è piuttosto semplice. Ma per un’azienda privata,invece, la valutazione può essere molto più difficile. Lo stesso dicasi per le startup.
Se i calcoli sono sbagliati è prevista l’applicazione di una sanzione che può andare dal 20 al 40%. La sanzione del 20% si applica in caso di sottostima sostanziale dell’imposta dovuta. Questo avviene quando un contribuente dichiara un patrimonio nettamente inferiore alla realtà, pur senza un dolore palese, ma commettendo errori significativi nella valutazione degli asset.
Quella del 40% si ha invece in caso di sottostima grave. Questa soglia è pensata per colpire chi omette intere parti del proprio patrimonio o chi utilizza valutazioni palesemente fuori mercato per abbattere il valore dei propri beni.
Ma vi è di più. Se un pagamento errato è attribuibile ad una perizia certificata, allora anche il perito può essere sanzionato. Dovrebbe pagare tra un 2 e un 4 % della valutazione inferiore effettuata. Gli esperti contabili dovranno munirsi quindi di assicurazioni costose, realizzando perizie al rialzo per non commettere errori.
I democratici sono divisi sull’argomento. Il Governatore Gavin Newsom ha ribadito con forza la sua opposizione dichiarando che non ha dubbi sul fatto che la misura non passerà e che farà di tutto per proteggere l’economia dello Stato, temendo una perdita permanente di entrate fiscali a lungo termine.
Alcuni miliardari invece sono favorevoli. Jensen Huang, CEO di NVIDIA, ha dichiarato di essere perfettamente d’accordo con la proposta, affermando di voler rimanere nella Silicon Valley.
Questo controllo della ricchezza rappresenterebbe comunque un cambiamento epocale nel diritto tributario americano.
Se approvata, la tassa sarebbe dovuta nel 2027, con la possibilità di rateizzare il pagamento in cinque anni.
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