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Esteri

Usa-Iran: un fragile equilibrio tra dialogo ed escalation

Turchia, Egitto e Qatar mediano da giorni per la soluzione diplomatica

di Ernesto Ferrante -


L’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, ed il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dovrebbero incontrarsi venerdì a Istanbul per discutere di un possibile accordo sul nucleare iraniano. Il faccia a faccia arriva in un contesto di rafforzamento militare statunitense nel Golfo Persico. Per diversi esperti, si tratta di un mero “espediente” degli Usa per guadagnare il tempo necessario allo schieramento delle batterie di Patriot a difesa dei loro avamposti militari nella regione. Se confermato, si tratterebbe del primo colloquio tra rappresentanti di Stati Uniti e Iran dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno. Per evitare nuovi attriti, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno annullato una esercitazione militare con fuoco vero nello Stretto di Hormuz.

La mediazione tra Stati Uniti e Iran

Turchia, Egitto e Qatar lavorano da giorni per dare forza all’opzione diplomatica. I ministri degli Esteri di Ankara e del Cairo hanno avuto nuovi contatti con Araghchi per discutere l’organizzazione dell’importante momento di confronto. Secondo i media statali iraniani, il presidente Masoud Pezeshkian ha dato il via libera ai negoziati con l’Amministrazione Trump.

Witkoff e le minacce di Netanyahu

Steve Witkoff è atteso oggi in Israele per incontrare il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ed il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir. Quest’ultimo è stato a Washington lo scorso fine settimana per una serie di riunioni con funzionari della Difesa americana incentrate sul dossier iraniano.

Ci saranno “conseguenze insostenibili per chi attacca Israele, ha dichiarato il premier israeliano intervenendo alla Knesset. Netanyahu ha assicurato che “Israele è pronto a qualsiasi scenario”. I vertici militari iraniani hanno minacciato di colpire obiettivi israeliani e statunitensi in caso di attacco.

Le mosse di Teheran

La Repubblica islamica dell’Iran ha fatto sapere di aver convocato gli ambasciatori di Paesi europei “con rappresentanze diplomatiche a Teheran” dopo la designazione nell’Ue dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran iraniani, come “organizzazione terroristica”. L‘Italia ha chiuso, fino a nuovo avviso, il suo ufficio consolare nella capitale iraniana. Saranno garantiti unicamente i servizi essenziali, urgenti e non differibili. Mohammad Baqer Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha comunicato la classificazione come “gruppo terroristico” degli eserciti dei Paesi europei, aggiungendo che “i loro militari dipendenti che si trovano nelle ambasciate in Iran devono essere immediatamente espulsi”.

L’accusa di Khamenei e il rifiuto della Giordania

La recente ondata di disordini è stata “orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti” ed è stata pianificata e gestita dall’estero. Lo ha affermato la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, accusando Cia e Mossad di aver “dispiegato tutte le loro risorse sul campo”, senza però raggiungere alcun obiettivo.

La Giordania non fungerà da base per eventuali attacchi contro l’Iran. Lo ha garantito il ministro degli Esteri del regno hashemita, Ayman al-Safadi, nel corso di una telefonata con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi.

La nuova chiamata di Reza Pahlavi

Il figlio maggiore dell’ultimo scià di Persia, Reza Pahlavi, ha lanciato un appello attraverso i social a manifestare il prossimo sabato 14 febbraio in varie città del mondo in segno di “solidarietà con il popolo iraniano”, sostenendo che “gli iraniani si sono ribellati” e che “la libertà è vicina”. La chiamata alla mobilitazione serve a “costringere la comunità internazionale ad adottare misure urgenti e concrete a sostegno del popolo iraniano”. “Monaco, Los Angeles e Toronto sono i principali punti di ritrovo”, ha scritto Pahlavi, ma “se non potete viaggiare unitevi alle proteste nelle vostre città e siate la voce dell’Iran”. Reza Pahlavi, che non gode di un vasto seguito in Iran, si è proposto di guidare la transizione politica fino alle elezioni.

Le ombre del passato

Pahlavi, per molti iraniani, significa “Savak”, l’Organizzazione dell’intelligence e della Sicurezza Nazionale, architrave della macchina securitaria statunitense messa a disposizione del padre di Reza. I resoconti sugli arresti dei dissidenti venivano inviati allo scià. Le richieste di appello erano sistematicamente respinte, sempre con la stessa scarna formula: “È stata sottoposta a Sua Maestà. Non è stata concessa autorizzazione”.


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