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Giustizia

Vincenzo Maiello: “Separazione delle carriere? La paura del nuovo alimenta profezie apocalittiche”

di Anna Tortora -


“Narrazioni distopiche” e “paura del nuovo”. Il Professor Vincenzo Maiello, noto penalista, non usa giri di parole per smontare le critiche alla riforma che punta a dividere i destini professionali di giudici e pubblici ministeri. Mentre il fronte del “no” paventa il rischio di un PM sottomesso all’esecutivo, Maiello ribalta la prospettiva: la separazione è l’ultimo tassello necessario per attuare finalmente l’articolo 111 della Costituzione e superare i residui di un sistema inquisitorio ormai anacronistico.

Secondo il Professore – nonché presidente regionale del Comitato per il Sì Giuliano Vassalli – la creazione di due distinti percorsi di formazione e di governo autonomo non è un atto punitivo, ma l’unico modo per garantire che il magistrato della decisione sia, anche culturalmente, distante dalle pretese dell’accusa. In questo scenario, la giurisdizione smette di essere un fortino corporativo per tornare a essere il luogo della tutela dei diritti, dove l’imparzialità non è solo un principio scritto, ma una pratica quotidiana percepibile da ogni cittadino.

Professore, in che modo la riforma può garantire che il Giudice sia davvero un terzo imparziale, liberandolo finalmente da quella “contaminazione culturale” con l’accusa che oggi sembra inevitabile?

“La riforma introdurrà una separazione degli statuti ordinamentali dei magistrati requirenti e dei magistrati della decisione, presidiata dai rispettivi Consigli superiori i quali si occuperanno delle carriere delle due categorie di magistrati in regime di reciproca e piena autonomia. In coerenza con questa impostazione sarà consequenziale la previsione di distinti concorsi di accesso alle due funzioni e relativi autonomi percorsi di formazione e aggiornamento. Tutto questo contribuirà a diffondere la presa di coscienza che le due figure pubbliche del processo, pur appartenendo entrambe all’ordine giudiziario, esercitano prerogative e compiti che hanno bisogno di riconoscersi in professionalità tra loro non sovrapponibili”.

Perché ritiene che la separazione delle carriere sia l’unica mossa decisiva per completare la transizione al processo accusatorio e superare definitivamente i residui del vecchio sistema inquisitorio?

“La separazione delle carriere è il pezzo di disciplina costituzionale che manca all’architettura del processo di parti disegnato dalla riforma dell’art. 111, fondato sulla sottrazione della prova al PM e sul contraddittorio davanti al Giudice chiamato a decidere secondo imparzialità. La decisione imparziale, vale a dire indifferente all’esito – oltre che conforme alla legalità dei reati, delle pene e del procedimento probatorio – resta il fine ultimo del processo, la cui attuazione esige la rimozione di quei fattori che, valutati in astratto, possono favorire forme di condivisione di interessi, personali ma anche corporativi, tra il Giudice e le parti. Sta qui il core di virtuosità della riforma: per un verso, la separazione ordinamentale rafforza quella che rappresenta la principale qualità soggettiva del giudice di uno stato democratico, vale a dire la sua attitudine ad assicurare l’equilibrio dei rapporti interni al contraddittorio processuale; per l’altro, essa rafforza la fiducia dei cittadini verso la funzione di garanzia della giurisdizione, che è e deve apparire, per definizione, il luogo di tutela dei diritti fondamentali nella dialettica con le pretese dell’Autorità”.

A chi teme che questa riforma porti il Pubblico Ministero sotto il controllo della politica, come spiega che la separazione delle carriere può coesistere con la piena indipendenza di tutta la magistratura?

“La previsione di due Consigli superiori, nei quali è nettamente prevalente la componente togata rispetto alla presenza dei laici, è la risposta più tranquillizante alla domanda che Lei mi pone. La propaganda contraria alla riforma oscilla tra due distopie apocalittiche, all’evidente scopo di generare preoccupazione tra i cittadini: da un lato, si prospetta il rischio del controllo politico della magistratura, dall’altro, la formazione di un ceto di pubblici accusatori che, come una obliqua e bieca Spectre, attenterebbe alle libertà dei singoli. Si tratta di una narrazione che nasce nel cono d’ombra della paura del nuovo. È vero, invece, il contrario, e cioè che il potenziamento della figura del giudice finirà per produrre un più elevato coefficiente di legalità dell’agire del PM, con effetti benefici tanto sulla tutela dell’innocente, quanto sulla doverosa funzione di punizione degli autori dei reati”.


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