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Quando si parla di etichetta, Bruno Vespa è “di vino”

di Nicola Santini -


Quando si parla di etichetta, Bruno Vespa è “di vino”

A Cortina, pochi giorni dopo Ferragosto, quando i soliti noti mollano gli ombrelloni in Versilia o a Capri e risalgono il crinale mondano verso la regina delle Dolomiti, c’è un appuntamento che non compare nelle guide ma che tutti sanno. In Corso Italia, tra vetrine di piumini e gioielli fuori stagione, c’è l’enoteca della Cooperativa, che a Cortina è un punto di passaggio obbligato: se non hai fatto il check in lì, sei semplicemente altrove. Ed è lì che Bruno Vespa, con la stessa voce che da decenni scandisce la politica italiana, smette i panni del conduttore e si infila quelli del padrone di casa per un pomeriggio. O forse il contrario, perché in fondo il suo vino lo racconta con più passione di qualunque legge di bilancio. Ti versa un calice, sorride, e mentre ti guarda negli occhi con la curiosità del cronista, ti parla delle sue bottiglie come se stesse presentando dei figli.

Doveva essere un gioco, e lo è rimasto nella leggerezza del racconto, ma intanto è diventato un mestiere vero, con cantina, vigne e investimenti a Manduria, nella Masseria Li Reni che ha trasformato in quartier generale. Un posto che oggi produce quattrocentomila bottiglie l’anno e che ha portato il Primitivo a girare il mondo, dai ristoranti stellati fino ai summit del G7. A fianco ha messo Riccardo Cotarella, l’enologo più corteggiato d’Italia, e i figli Alessandro e Federico: famiglia e impresa, senza separazioni nette.

I vini sono diventati personaggi a loro volta. Raccontami, il Primitivo di Manduria Riserva, è il fiore all’occhiello, celebrato da degustazioni verticali che ne hanno consacrato lo status di “icona del Primitivo”: prugna, balsamico, mentolato, tannini che si fanno seta. Poi c’è Il Bruno dei Vespa, l’entry level che non tradisce: beva agile, ciliegia croccante, freschezza che inganna chi pensa che un nome famoso venda solo etichette. Il Rosso dei Vespa ha più struttura, Il Bianco dei Vespa sorprende per mineralità e sapidità; Donna Augusta, omaggio alla moglie che su tutto e tutti può, mette insieme Chardonnay, Fiano e Verdeca in un bianco che resta in bocca, Helena regala la potenza del Nero di Troia, e Terre Giunte osa un matrimonio ardito tra Manduria e Amarone. Poi le bollicine: Noitre, rosé da Negroamaro, e Flarò, il rosato che porta i nomi di Pennetta e Vinci.

Sia chiaro, io li elenco come catalogo, ma sono racconto. Vespa lo fa con lo stesso trasporto con cui intervistava ieri Andreotti o Berlusconi. E poi Draghi. Oggi Giorgia Meloni. Cambiano i temi, restano gli occhi che si illuminano. E a chi pensa che sia sia buttato sul giocattolo da vip a botta sicura, risponde con i fatti: dieci anni di lavoro, un’azienda solida, un’accoglienza che ha trasformato botti giganti in suite per ospiti e che porta visitatori a dormire tra le vigne.

E allora il brindisi a Cortina, più che mondanità, diventa la sintesi perfetta: lui che versa, racconta e, che ve lo dico a fare, emoziona. Vini che erano nati per gioco e che intanto hanno trovato una loro serietà. Vespa è “di-vino”: il giornalista che si scopre vignaiolo e che, senza perdere mai la penna, ha imparato a scrivere con il vino un’altra storia d’Italia di cui andar fieri.


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