L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Turismo

Benvenuti in Trentino: in tv è facile, dal vivo serve il permesso 

Lo spot olimpico abbraccia il mondo in dodici lingue. La realtà, invece, decide chi far entrare.

di Andrea Fiore -


Il Trentino torna in tv con uno spot che sembra un corso accelerato di accoglienza globale: volontarie e volontari della Val di Fiemme che provano a dire “benvenuti” in dodici lingue, inciampando con grazia, sorridendo con quella spontaneità che piace ai brand e rassicura gli spettatori. È un racconto morbidocalibrato, costruito per far credere che il territorio si stia preparando ad abbracciare il mondo in vista delle Olimpiadi e Paralimpiadi Milano-Cortina 2026. Funziona perché è sempliceinnocuo e perché non chiede nulla allo spettatore, se non di lasciarsi cullare dall’idea di un Trentino apertoinclusivo e pronto.

Ospitalità filtrata

Poi però lo schermo si spegne e ricomincia il Trentino vero. Quello dove i cartelli bilingui sembrano scritti da un algoritmo che ha fatto pace con il tedesco ma non con l’italiano. Quello dove il “buongiorno” in italiano è un optional, come il Wi-Fi nei rifugi. Quello dove l’accoglienza non è un gesto, ma un filtro: ti osservano, ti pesano, ti misurano. E decidono se lasciarti entrare o lasciarti fuori. Non per cattiveria: per abitudine, per identità. Perché qui l’appartenenza non è un diritto, è un percorso.

Il Trentino non ti respinge: semplicemente non ti rincorre, ed è un territorio che non si concede al primo sguardo. Ti lascia lì, a metà, finché non capisce se sei uno che passa o uno che resta. E in questo, paradossalmente, è più sincero dello spot: non fingenon si travestenon si piega alla retorica dell’accoglienza universale. Rimane se stesso, con quella ruvidità che non è freddezza ma protezione. Una forma di autodifesa culturale che non si traduce in dodici lingue perché non è nata per essere tradotta.

Quei panorami da meritare

E allora vedere gli indigeni del posto esercitarsi a dire “benvenuti” in giapponese fa quasi tenerezza. Quasi. Perché il Trentino vero non si impara con la fonetica: si attraversasi sopportasi conquista. È una montagna: ti lascia salire, ma non ti regala il panorama. Devi meritartelo.

Lo spot racconta un desiderio legittimo: mostrarsi apertiinclusivi, pronti ad abbracciare il mondo. Ma tra il Trentino che si mostra e il Trentino che si vive c’è sempre stato uno scarto, una distanza sottile, una zona d’ombra che nessuna campagna può illuminare del tutto. È lì che si gioca la partita vera: non davanti alla telecamera, ma nel quotidiano, nei gesti minimi, nei silenzi che dicono più delle parole.

Rimane un interrogativo che scivola silenzioso tra le valli, senza bisogno di alzare la voce: cambierà il Trentino per i Giochi, o saranno i Giochi a imparare il suo passo?

Leggi anche: Milano Cortina 2026, la partita delle infrastrutture entra nel tempo decisivo


Torna alle notizie in home