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Lavoro

Il caso Glovo: rider senza diritti, gli “schiavi digitali”

Quanto siamo disposti a pagare, come società, per una consegna che arrivi in trenta minuti?

di Dave Hill Cirio -


Non un incidente di percorso o una controversia tecnica sul trattamento dei dati: il caso Glovo, come snodo emblematico di una delivery senza regole, di diritti negati ai rider, gli “schiavi digitali”.

Nel settore, modelli di impresa che hanno costruito il proprio successo sull’opacità, sull’asimmetria di potere e su una zona grigia normativa che negli anni si è trasformata in una vera e propria zona franca del lavoro.

Il caso Glovo

Quando in un’aula del Tribunale del Lavoro di Milano il general manager di Glovo Italia ammette che i dati sui turni dei rider sono stati cancellati “per motivi di privacy”, il problema non è solo giudiziario, ma politico e sociale.

Quei dati non servono a un’analisi di marketing, ma a verificare quante ore lavorano i loro addetti, se rispettano i limiti di legge, se i contributi previdenziali sono stati versati correttamente, se esiste o meno una subordinazione mascherata.

La loro cancellazione rende di fatto impossibile il controllo e svuota di contenuto qualsiasi accertamento successivo. Secondo quanto emerso in giudizio, non risulterebbero controlli Inps sistematici sulle posizioni contributive dei rider dal 2020 in poi. Un vuoto che alimenta il già forte sospetto che l’intero settore operi da anni in una condizione di sostanziale impunità amministrativa.

I numeri del delivery

Per comprendere la portata del fenomeno, i numeri. In Italia, nel 2025 i lavoratori delle piattaforme di food delivery oscillavano tra le 60 e le 70mila unità, considerando chi opera in modo continuativo e chi lo fa in maniera intermittente.

Per Glovo una delle quote più rilevanti del mercato. Già nel 2020 la Procura di Milano stimava in 28.836 i rider attivi per la piattaforma, un numero negli anni successivi cresciuto in parallelo all’espansione del food delivery, soprattutto nelle grandi aree urbane.

Il settore genera un volume d’affari stimato in diversi miliardi di euro l’anno e ha modificato radicalmente le abitudini di consumo di milioni di cittadini, offrendo consegne rapide, prezzi competitivi e un servizio percepito come essenziale.

Ma questo modello, presentato come moderno e conveniente, scarica gran parte dei costi sociali sui lavoratori. Redditi discontinui, assenza di salario minimo garantito, coperture assicurative spesso limitate, contributi previdenziali incerti.

Il nodo del rapporto di lavoro: gli “schiavi digitali”

Il nodo centrale, l’inquadramento del rapporto di lavoro. Nonostante la normativa italiana abbia previsto l’obbligo di ricondurre i rider a forme di lavoro subordinato o quantomeno parasubordinato con tutele minime, molte piattaforme hanno continuato a difendere la loro idea. Un lavoratore autonomo “connesso”, governato da un algoritmo che assegna ordini, valuta le prestazioni, penalizza le disconnessioni e premia la disponibilità totale. Una subordinazione senza contratto, una direzione senza responsabilità dichiarata.

I dati, chiari. Una quota significativa dei rider lavora oltre le 40 ore settimanali nei periodi di picco, con compensi medi orari che, al netto delle spese sostenute (mezzi, manutenzione, carburante, assicurazioni), scendono spesso sotto i livelli di dignità economica.

Eppure, quando si chiede conto di turni, orari e carichi di lavoro, la risposta è l’assenza di dati o il richiamo a presunti obblighi di privacy.

Bufera anche in Europa

Un caso non isolato in Europa. In Spagna, dopo una lunga battaglia giudiziaria, Glovo costretta a riconoscere come lavoratori subordinati oltre 3.500 rider e a regolarizzare contributi arretrati.

A livello europeo, il gruppo Delivery Hero — che controlla Glovo — ha accantonato nel proprio bilancio centinaia di milioni di euro per far fronte a potenziali richieste contributive e sanzioni legate al periodo 2016-2024.

In Italia, il Garante per la Privacy ha già sanzionato società del gruppo per violazioni gravi nella gestione delle informazioni di decine di migliaia di rider, dimostrando una privacy spesso invocata non per tutelare i lavoratori, ma per sottrarre le piattaforme a controlli esterni.

Il paradosso

Un paradosso evidente. L’algoritmo conosce ogni spostamento del rider, ogni consegna, ogni secondo di connessione, ma lo Stato non può accedere ai dati necessari per verificare il rispetto delle regole.

Parlare di “nuovi schiavi”, non una forzatura ma una provocazione che interroga il nostro tempo. Come accade in altri settori ad alto valore simbolico — dal lusso alla logistica — un lavoro frammentato e reso invisibile, affidato a soggetti formalmente autonomi ma sostanzialmente dipendenti.

Il consumatore finale beneficia di un servizio efficiente e a basso costo, mentre il rischio economico, fisico e previdenziale ricade interamente su chi pedala. Il caso Glovo, il segno di un modello di impresa che corre più veloce del diritto e che, se non viene fermato, rischia di normalizzare lo sfruttamento come prezzo inevitabile dell’innovazione.

Lavoro: quale futuro?

La questione dei rider riguarda il futuro del lavoro. O si accetta che le piattaforme digitali possano operare come enclave sottratte alle regole comuni, oppure si riconosce che dietro ogni algoritmo ci sono lavoratori in carne e ossa, con diritti che non possono essere cancellati come i dati di un server.

Il processo Glovo, uno specchio. Riflette un’economia che cresce sui consumi, ma arretra sulle tutele, e pone una domanda che non può più essere più elusa. Quanto siamo disposti a pagare, come società, per una consegna che arrivi in trenta minuti?


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