LA PACE NEL PRIVÉ: PERCHE’ L’ITALIA NON PUO’ ENTRARE NEL BOARD DI TRUMP
di Carlo CURTI GIALDINO*
Il dibattito sull’eventuale adesione dell’Italia al Board of Peace, voluto da Donald Trump e ufficializzato a margine del 56° Vertice economico mondiale di Davos il 22 gennaio scorso, non può essere ridotto a una semplice scelta di campo diplomatica o ad un calcolo di opportunità politica. Ci troviamo di fronte ad un organismo che si pone in collisione con i principi supremi della nostra Carta Costituzionale, determinando un contrasto insanabile.
La questione delle limitazioni di sovranità è il primo e insuperabile scoglio. La nostra Costituzione, all’articolo 11, è categorica: l’Italia può accettare limitazioni solo a condizione che queste avvengano in condizioni di parità con gli altri Stati e per scopi di pace. Il testo del trattato, invece, prevede una presidenza monocratica, assegnata a vita a Donald Trump, con poteri di veto assoluti su ogni decisione e, soprattutto, l’autorità finale e insindacabile di interpretare le regole di funzionamento del Board. Una struttura che impone un rapporto di subordinazione gerarchica a un leader straniero non è una limitazione accettabile della nostra libertà, ma una vera e propria rinuncia alla sovranità che la nostra Costituzione proibisce esplicitamente.
Le conseguenze politiche interne e lo strappo con l’Europa
In questo scenario, la politica italiana si trova davanti a un bivio. Il Governo è stretto in una morsa tra la fedeltà all’alleato americano, che potrebbe spingere per l’adesione, e la difesa della “sovranità nazionale” che i partiti di maggioranza, in particolare, considerano un pilastro programmatico ineludibile. Le opposizioni hanno già parlato di smantellamento del diritto internazionale, accusando il Board di voler cancellare di fatto il ruolo delle Nazioni Unite. E il contesto europeo rende l’adesione ancor meno praticabile.
L’Europa, infatti, sta delineando una linea di maggiore autonomia e sovranità continentale. La Francia, la Germania, la Spagna ed il Regno Unito hanno rifiutato l’invito a partecipare, mentre il presidente del Consiglio europeo António Costa ha affermato che l’UE non può permettersi strappi che neghino i patti multilaterali già esistenti. Aderire al Board significherebbe, per l’Italia, voltare le spalle alle capitali europee per consegnarsi a una struttura dove non siamo “partner” alla pari, ma semplici subordinati di Donald Trump.
La violazione della legalità internazionale e della sovranità finanziaria
Di più: aderire a un organismo che operi in aperto contrasto con la legalità internazionale consolidata significherebbe violare la gerarchia delle nostre fonti del diritto. L’articolo 117 della nostra Costituzione è un pilastro che impone al legislatore italiano il rispetto non solo dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’UE ma anche degli obblighi internazionali, anche di natura consuetudinaria, che non si possono violare stipulando nuovi accordi confliggenti.
Come se non bastasse, il testo del trattato introduce una sorta di “partecipazione a pagamento”, dove chi versa un miliardo di dollari ottiene privilegi e una permanenza nell’organismo senza scadenza. Questo meccanismo, oltre a essere moralmente discutibile, per quanto riguarda l’Italia svuota il ruolo del Parlamento nella gestione delle risorse della Nazione e viola altresì gli articoli 80 e 81 della Costituzione. Ora, ogni atto che svuoti la sovranità finanziaria dello Stato per alimentare una struttura a direzione autoritaria è, per definizione, eversivo dell’assetto repubblicano
In definitiva, l’adesione al Board of Peace comporterebbe una violazione simultanea degli articoli 10, 11, 80, 81 e 117 della nostra Costituzione. Il trattato istitutivo di questo nuovo organismo si scontra quindi con principi irrinunciabili della nostra Carta. Di fronte a una simile prospettiva, il Capo dello Stato, nel suo ruolo di supremo custode della Costituzione, dovrebbe intervenire per fermare un’adesione che negherebbe i valori fondanti della Repubblica. Il Board of Peace non è dunque un’opzione percorribile per l’Italia senza una radicale riscrittura del suo atto istitutivo: un cambiamento di configurazione, sollecitato dal presidente Meloni, “per andare incontro alle necessità non solo italiane ma anche di altri Paesi europei”
*Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale
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