L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

L’odio senza volto che uccide due volte

di Laura Tecce -


Dopo il femminicidio di Federica Torzullo, confessato dal marito Claudio Carlomagno, sui social della madre di quest’ultimo si è abbattuta per giorni una valanga di odio: “Hai partorito un mostro”, insulti, inviti alla vergogna. Centinaia di commenti, rimasti online fino a quando una vicenda già tragica si è trasformata in qualcosa di ancor più drammatico, con il suicidio dei genitori dell’uomo. Solo allora, molti di quei messaggi, sono stati cancellati.

Troppo tardi. L’avvocato della famiglia Carlomagno ha parlato di una “discesa agli inferi” aggravata dalla pressione mediatica e social. E non è un caso isolato. All’indomani della tragedia di Crans-Montana abbiamo letto, increduli, parole di livore contro le vittime: “Ragazzi viziati”, “irresponsabili”, “figli dell’élite”. Episodi diversi, stessa dinamica: l’odio digitale come riflesso automatico, libero, impunito.

Non basta questo a imporre una riflessione politica seria? È accettabile che l’escalation di violenza verbale venga normalizzata, tollerata, archiviata come rumore di fondo? Qui non siamo più nel perimetro della celebre invettiva di Umberto Eco sulle “legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.

È qualcosa di più grave: i social, strumento neutro, diventano il mezzo attraverso cui si consumano reati veri e propri — diffamazione, istigazione all’odio, talvolta al suicidio — che espongono individui fragili a una gogna senza difese. In Francia si discute di vietare i social ai minori di 15 anni. Ma gli hater non hanno età: non sono adolescenti ingenui, sono adulti consapevoli. Il nodo non è il divieto, è la responsabilità. Regolamentare, identificare, punire.

In Italia, la denuncia pubblica del sottosegretario Matilde Siracusano ha riaperto il tema dell’identificazione digitale e della necessità di una legge bipartisan in grado di contrastare l’operato di hater anonimi. Perché la vera piaga non è la rete. È l’idea che l’odio online non abbia conseguenze. E finché lo crederemo, continuerà a uccidere due volte.

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