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Matera fra le “sette meraviglie del mondo” per il 2O26?

di Vincenzo Viti -


È l’esito della istruttoria conclusa da una riverita testata americana, la “Condò Nest Traveller”, frutto di una immersione nel favoloso “labirinto di Matera antica”. Raccontato come un inestricabile “strano” contesto di manufatti, scale, piazze, animato qua e là da incursioni barocche che ” paiono”, ai selettori confliggere con l’anima rupestre che definisce i Sassi e consegnò al riconoscimento Unesco. Oggi non a caso Matera e i Sassi sono la trama   di una cittadinanza culturale non solo europea ma mediterranea. Comunque, la notizia che viene dagli Usa è strepitosamente lusinghiera e sta animando un vivace dibattito intorno alla efficacia con cui viene tuttora impostato il “brand” di Matera.

Debole ai fini di un turismo di arte e di cultura e che non sia solo curiosità antropologica. Mentre esso dovrebbe giovarsi della attrattività di un mondo che rivela sedimenti di un virtuoso accumulo di storie, stili architettonici, gironi sociali. Un mondo non riducibile a cartolina patinata di una miseria esibita e di una modernità evoluta: scampoli della scommessa opulentistica di un turismo distratto ed evasivo, perciò, orientabile verso mete meno problematiche, magari mature e appaganti. Ne discute Lorenzo Rota, memoria storica della urbanistica, che ho avuto accanto, da parlamentare insieme con una coorte di illuminate professionalità e intelligenze, quando posi mano alla legge per il recupero conservativo dei Sassi.

Una impresa promossa con Emilio Colombo e approvata con unanime consenso evidente frutto di una carburazione intellettuale e politica della intera città.

Ebbene Rota pone un tema che condivido e che rivendica il diritto della “città delle meraviglie” a dotarsi di un brand adeguato al livello della sua “offerta” che è certamente più ricca e universale del racconto “topografico” di città labirintica, carica di misteri per Indiana Jones in cerca di emozioni.

 Matera tuttora non dispone di un adeguato piano strategico e si prepara alla nuova avventura di “Capitale del dialogo” nel Mediterraneo. Un orizzonte da perseverare con ambizioni mezzi e naturalmente con un progetto adeguati. E dotandosi con un brand che si riempia di significati così da raccontare una città universale e una intera storia dal paleolitico al moderno. Una intera antologia quindi non un paragrafo doloroso e suggestivo, magari “strano”, magari da svelare. Un brand quindi da ripensare, possibilmente da selezionare con un bando che coinvolga le migliori intelligenze. 

Si tratta di passare dalla “città provvisoria”, di cantiere permanente, a città capace di selezionare un turismo evoluto ed esigente. Una assicurazione per la vita. Intanto grazie agli Americani per il pensiero.


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