Boicottaggio a colori: quando l’arcobaleno diventa selettivo
C’è una frase che, a parti invertite, avrebbe fatto tremare i palazzi del politicamente corretto. La moglie di Obama ha dichiarato di evitare i marchi dei bianchi, invitando le persone di colore a seguirla in questa scelta, presentata come una forma di lotta ideale. Il paradosso è tutto qui: una battaglia che nasce per combattere il razzismo finisce per assumerne la stessa grammatica, solo con i segni cambiati. Se il criterio di scelta diventa il colore della pelle di chi produce, non si sta superando una discriminazione: la si sta semplicemente ribattezzando.
Immaginiamo per un attimo se una frase simile fosse uscita dalla bocca di Melania Trump o di qualunque altra figura non allineata: il sinistro globale avrebbe parlato di scandalo, di regressione culturale, di pericoloso ritorno a categorie che l’Occidente dice di voler superare. Titoli indignati, editoriali infuocati, lezioni morali a reti unificate.
Il punto non è chi lo dice, ma cosa si dice. E qui il contenuto resta identico: dividere, selezionare, escludere sulla base dell’origine. Che a pronunciarlo sia Michelle Obama o chiunque altro, la sostanza non cambia. La vera lotta contro il razzismo dovrebbe smontare le etichette, non sostituirle; costruire ponti, non liste di esclusione. Altrimenti il rischio è evidente: chiamare “virtù” ciò che, detto da altri, verrebbe subito bollato come colpa.
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