Alessandra: quattro anni e una vita negata
La giustizia ha un ritmo suo, burocratico, lento, che misura i giorni nelle carte bollate e le urgenze nei tempi processuali. Alessandra però non possedeva tutto questo tempo. Aveva quattro anni e un corpicino che si consumava mentre i giudici decidevano chi dovesse occuparsi di lei. Non ha visto l’udienza di marzo 2025, quella che forse l’avrebbe salvata. È morta il 13 dicembre 2024, nella notte, in una casa di Tufino che avrebbe dovuto proteggerla. Gli zii che l’accudivano ora sono in carcere, accusati di omicidio aggravato.
L’ennesima vita persa
Alessandra nasce nel 2020 da genitori conviventi. Dopo due anni la coppia si separa, il clima si avvelena e diventa tossico. Il Tribunale per i Minorenni di Napoli nel 2023 apre un procedimento per valutare le capacità genitoriali di entrambi, definite “inadeguate e gravemente pregiudizievoli”. Viene nominato quindi un curatore speciale, ma non c’è sospensione immediata della responsabilità genitoriale.
Nell’estate 2024, mentre la procedura è ancora aperta, il padre prende una decisione unilaterale: lascia Alessandra da un suo cugino a Tufino. Una scelta informale, fuori da ogni controllo istituzionale. A settembre i servizi sociali effettuano una verifica: esito positivo. Alessandra appare serena, in buona salute. Una relazione che oggi suona come una beffa crudele e forse non così veritiera.
Il tempo che scivola inesorabilmente via
La famiglia materna continua a battersi per riportare la bambina nel Beneventano, dalla nonna. La decisione definitiva sarebbe arrivata a marzo 2025. Due mesi e mezzo dopo la morte di Alessandra.
Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 2024, qualcuno chiama il 118. La versione degli zii parla di una caduta dalle scale. Ma il medico del pronto intervento resta sconvolto: grave denutrizione, ustioni, piaghe da decubito, una frattura non curata. Segni inequivocabili di abbandono e violenze protratte nel tempo.
L’indagine ricostruisce l’orrore
Per oltre un anno i carabinieri lavorano senza sosta. Analizzano messaggi, consultano medici legali, passano al setaccio la casa. Il quadro è terribile: Alessandra era ridotta in stato cachettico, un deperimento fisico estremo. Il suo corpo mostrava segni di violenze ripetute e continue. Una grave patologia polmonare l’ha stroncata, ma solo perché le sue condizioni generali erano già pregiudicate.
Gli altri tre bambini della coppia vengono immediatamente allontanati. I vicini li avevano visti in condizioni di sporcizia e abbandono. La figlia dodicenne era costretta a prendersi cura di tutti.
Il corpo di Alessandra resta per mesi in un obitorio. Quando viene restituito alla famiglia, torna nel Beneventano. Una bara bianca che racchiude una vita spezzata e troppe domande dolorose e senza risposta.
Le domande
Come è possibile che una bambina muoia di stenti mentre è affidata formalmente? Come fanno i servizi sociali a certificare che tutto va bene tre mesi prima che quella stessa bambina muoia denutrita e coperta di piaghe?
La Procura di Nola ha ottenuto l’arresto degli zii per omicidio aggravato. Significa che gli inquirenti ritengono provata una condotta consapevole e protratta nel tempo che ha causato la morte della bambina.
Un sistema che continua a non proteggere
La vicenda di Alessandra mette a nudo le crepe di un sistema di tutela dei minori che funziona a intermittenza, nel migliore dei casi. Le procedure ci sono, ma solo sulla carta. Tutto questo apparato burocratico non è bastato a salvare una bambina di quattro anni.
Poteva essere salvata? Probabilmente sì. Se l’udienza di marzo fosse arrivata prima. Se i controlli fossero stati più frequenti. Se qualcuno avesse visto davvero quella bambina, non solo compilato moduli. Se, come sempre, chi ha visto avesse parlato prima.
Alessandra è morta nell’indifferenza e nella non curanza mentre la giustizia decideva con calma chi dovesse prendersi cura di lei. Troppo tardi, come sempre. Troppo tardi per chi ha quattro anni e non può aspettare che la burocrazia faccia il suo corso.
Torna alle notizie in home