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Politica

Torino, il contesto che prende il posto della condanna: il caso Ilaria Salis

Nel post di Ilaria Salis sui fatti di Torino la presa di distanza dalla violenza resta formale, mentre il contesto diventa il vero protagonista del discorso politico

di Anna Tortora -


La distanza formale e il buco nero

«Partiamo dal buco nero di questi giorni, dall’episodio “del martello”, da cui prendo le distanze».
È così che Ilaria Salis apre il suo intervento sui fatti di Torino. Una frase costruita per segnare un confine, ma anche per archiviarlo in fretta. Il riferimento all’aggressione c’è, ma resta isolato, privo di sviluppo, senza una qualificazione politica netta dell’atto.

Definire l’episodio un “buco nero” non è neutro: significa trasformarlo in un elemento ingombrante, da attraversare rapidamente per poter parlare d’altro. E infatti accade esattamente questo. La violenza non diventa oggetto di una riflessione autonoma, ma una premessa scomoda, da superare per tornare al vero centro del discorso.
Subito dopo, infatti, l’attenzione si sposta: «è sbagliato ridurre l’opposizione sociale a pochi secondi di video, cancellando deliberatamente il contesto». Qui il baricentro cambia definitivamente. Non si discute più dell’aggressione, ma della sua rappresentazione. Non del fatto, ma della narrazione. Il problema non è ciò che è accaduto, ma come viene mostrato.

È una scelta precisa. Politica. Perché nel momento in cui il contesto diventa centrale, il giudizio sull’atto perde inevitabilmente forza. La violenza non viene assolta esplicitamente, ma nemmeno condannata in modo conclusivo. Resta sospesa, come se fosse un dettaglio secondario rispetto alla cornice.

Quando il contesto diventa linea

Questa impostazione non resta teorica, ma si traduce in un atto comunicativo concreto: Ilaria Salis condivide un post che rilegge l’episodio esclusivamente attraverso il contesto degli scontri. Non una citazione casuale, non un rimando neutro. Una scelta che indica chiaramente quale lettura si intende legittimare.
Condividere significa aderire. Significa dire: questa è la chiave interpretativa. E quella chiave non è la condanna dell’aggressione, ma la sua spiegazione, il suo inserimento in una sequenza più ampia, la sua relativizzazione politica.

Nel post di Salis, così come nella scelta di ciò che viene rilanciato, la violenza non è mai isolata come limite invalicabile. Viene sempre accompagnata da un “prima”, da un “intorno”, da un “però”. È il contesto che parla, il contesto che spiega, il contesto che finisce per occupare tutto lo spazio disponibile.
Anche il richiamo allo Stato di diritto e alla separazione dei poteri va letto in questa chiave. Condannare politicamente un’aggressione viene rappresentato come una forzatura, quasi un abuso. Come se esprimere un giudizio netto equivalesse a sostituirsi ai magistrati. Ma questa è una torsione evidente: la politica non giudica penalmente, giudica simbolicamente. E scegliere di non farlo è già, di per sé, una scelta politica.

Il no che resta implicito

Alla fine resta una presa di distanza dichiarata, ma mai praticata fino in fondo. Il principio viene evocato, ma la condanna non arriva. Il contesto cresce, si allarga, ingloba tutto. E il fatto, lentamente, scompare sullo sfondo.
È una linea coerente, certo. Ma anche estremamente comoda. Consente di dirsi contro la violenza senza doverla mai respingere davvero. Permette di stare dalla parte giusta del principio senza sporcarsi con una parola definitiva.
Così il “no” resta sempre implicito, subordinato, condizionato. Perché, a quanto pare, in certi ambienti il problema non è la violenza in sé, ma chi pretende ancora di chiamarla con il suo nome.

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