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Economia

Schiavi a chiamata: il caso Glovo ci riguarda tutti

L'inchiesta di Milano nel mondo oscuro dei rider: 40mila lavoratori da regolarizzare

di Giovanni Vasso -


Schiavi a chiamata. Per un pugno di monetine, pagando tutto di tasca propria. Col rischio di dover subire punizioni e sanzioni in caso di rifiuti o peggio ancora di ritardi. Una vita passata in strada, dalle otto alle dodici ore. In attesa che l’algoritmo assegni una consegna. “Nessun contatto umano, per loro siamo solo numeri”, hanno svelato i lavoratori ai magistrati di Milano. Che ieri hanno posto sotto controllo giudiziario la società Foodinho, che gestisce i servizi di consegna, anzi di delivery, per il gigante tech di Glovo.

Schiavi a chiamata

L’accusa è pesante: caporalato. Sotto indagine, insieme a Foodinho in qualità di società e quindi di persona giuridica, c’è pure Oscar Pierre Miquel, fondatore e Ceo del colosso delle consegne a chiamata. Un’accusa, grave, che è stata formulata dai magistrati dopo aver ascoltato i racconti di decine e decine di lavoratori. Complessivamente, su tutta Italia, il caso riguarda 40mila lavoratori. Duemila dei quali soltanto su Milano. Ora andranno tutti regolarizzati. E, pure in contrasto con le regole aziendali, il nuovo amministratore designato dai magistrati dovrà cambiare le cose. Per far sì che nessuno più venga sfruttato.

Pagati quattro spiccioli

I numeri contenuti nell’indagine sono quelli citati dai lavoratori. Si lavorava, secondo l’accusa, dalle otto alle dodici ore. Con la bicicletta a proprio carico. In caso di furto, nessuno avrebbe rifuso i rider. Che hanno spiegato di compiere fino tra le quindici e le venti consegne al giorno. Che in altri casi salivano fino a trenta. Per un compenso minimo di 2,50 euro. Ogni consegna era rigorosamente tracciata e l’azienda poteva controllare eventuali ritardi. I pagamenti, tra i 200 e i 600 euro, avvenivano ogni quindici giorni. Nei mesi migliori non si guadagnavano, secondo i rider, più di 900 euro.

Non è lavoro

Una somma che è ben al di sotto di tutte le soglie del lavoro povero. Per la precisione, sotto del 77%. Si sprofonda ulteriormente se, invece, si prendono a riferimento le cifre citate nei contratti collettivi di settore: -82%. Lavoravano per poco più di nulla. E sotto il ricatto della povertà: o questo, o nulla. E le famiglie a casa, dal momento che la stragrande maggioranza dei rider proviene da contesti di immigrazione, si aspettano pur qualcosa alla fine del mese.

I colossi digitali senza regole

La politica, chiaramente, tende a tirare per i capelli una vicenda drammatica. Che testimonia quello che si sa ormai da tempo. I colossi digitali giocano senza regole. Forti, appunto, della propria dimensione. Un po’ quello che, ciclicamente, succede quando vengono a galla le maxi evasioni fiscali dei giganti della Rete. Che, alla fine, trovano sempre un accomodamento. Falsando, una volta di più, il gioco della concorrenza. È ormai diventato un genere letterario: i piccoli sono tartassati, i grandi possono contare sugli accordi e i brindisi. Al di là della tentazione di voler intravedere in tutto ciò un futuro (nerissimo) del lavoro al tempo dell’intelligenza artificiale, bisogna fare i conti con la realtà. E con le leggi e le contrattazioni sindacali. Che esistono. E vanno rispettate.

“Un modello da superare”

Il tema, dunque, non è quello del salario minimo ma, semmai, di un modello che, come si legge in una nota il sindacato Nidil Cgil, va assolutamente superato: “Attorno al lavoro dei rider si è strutturato un vero e proprio sistema di illegalità e sfruttamento, spesso definito caporalato digitale, che colpisce in modo particolare i lavoratori migranti”, si legge nel documento. Che prosegue: “Emergono salari a cottimo e non dignitosi, condizioni contrattuali senza tutele attraverso l’utilizzo improprio del lavoro in autonomia e allarmanti condizioni di insicurezza sul lavoro. Occorre superare il modello del food delivery fondato sul cottimo, eliminare i falsi lavori autonomi, garantire compensi dignitosi, salute e sicurezza reali”. Insomma, veri e propri schiavi a chiamata. Mascherati da liberi professionisti. Sì. Con tutti i rischi a proprio carico e zero tutele. Tutto per un po’ di monetine, poco più che mance. Il modello del caporalato è questo. Non produce guadagni che per gli sfruttatori. Per tutti gli altri, non solo per i rider che sarebbero stati sfruttati, si tratta di un modello che produce solo povertà e disomogeneità a ogni livello. Più che nel futuro, il mondo rutilante delle app sembra un ritorno al passato. Sì, quello descritto dalla penna di Charles Dickens.


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