La battaglia (impossibile) dell’euro al dollaro
Per fare un dispetto a Trump, l'Ue condanna se stessa: la corsa (impossibile) al primato globale monetario
Se non ci fosse da piangere, questa storia dell’euro che sfida il dollaro come valuta globale di riserva sarebbe tutta da ridere. Perché pur di fare un dispetto a Trump, l’Europa è pronta a sacrificare quel poco che resta della sua competitività in una battaglia senza né capo né coda. Per una serie di motivi che, a snocciolarli tutti, si compilerebbe una nuova Odissea. Il cui incipit sarebbe un inno all’ambizione, sfrenata che, come quella di Fetonte che si schiantò col carro del Sole, rischia solo di portare alla catastrofe.
L’assalto dell’euro al primato del dollaro
Già, perché è a dir poco arduo provare anche solo a sfidare il predominio globale del dollaro con una valuta forte. Troppo forte. Ancora più forte dopo il flop dell’ultima riunione del board Bce (che ha deciso nonostante l’inflazione sotto il 2% di lasciare i tassi così com’erano). E che ha già fatto schiantare l’economia e l’industria tedesca. Se lavori soprattutto con l’estero, presentarsi con una moneta forte non è certo un bel biglietto da visita. In seconda battuta, perché per farlo occorrerebbe, come ha detto già Draghi, che l’Europa fosse (almeno) una Federazione e non una confederazione (eufemismo per non dire litigiosa accozzaglia) di Stati che, presi singolarmente, forse non valgono il Texas. Dove non c’è, oltre all’euro, nient’altro che testimoni una (effettiva) unità. Non c’è l’unione degli investimenti, non c’è quella dei capitali.
Grandi speranze
Ci sono solo governi che puntano i piedi. Non c’è nemmeno il coraggio anche solo di parlare di debito comune perché la Germania e l’Olanda non vogliono. C’è, però, la volontà di rafforzare il Mes. Che l’Italia non vuole, anche perché il suo Parlamento (che fino a prova contraria ancora è sovrano) ha votato no. E che, se pure passasse e se anche Roma decidesse di accettare bypassando se stessa, non verrebbe mai usato per lo scopo che si propone dal momento che lo schieramento frugale di dar soldi in giro non ne vuol sapere. A meno di fare un’altra Grecia, per carità. Ma questa è un’altra storia. In terzo luogo perché sembra che ci si stia dimenticando, bellamente, del fatto che le superpotenze globali siano due e che l’altra, cioè la Cina, sta davvero assestando sonori ceffoni al dollaro. E lo fa riuscendo a convincere interi Paesi, come il Kenya in Africa, a “passare” dal dollaro allo yuan per conteggiare il loro debito pubblico. Ottenendone risparmi apprezzabili in termini economici.
Il piano di Bruxelles
Ma niente. Come riporta Politico, la Commissione Ue avrebbe redatto e diffuso una sorta di vademecum. Per liberarsi dall’ingerenza Usa, bisogna puntare forte sull’euro. E quindi la sfida va portata al cuore del sistema finanziario mondiale. Bisogna fare le integrazioni (e sarebbe un bene), bisogna convincere i mercati a comprare debito europeo (andrebbe prima emesso, però), bisogna entrare in quello che proprio Politico chiama il “crypto-ring”, ossia il mondo fatato delle stablecoin. Finora stabilmente ancorate sul dollaro. Farlo, però, senza uno straccio di campione digitale europeo è, in pratica, voler riempire d’acqua un orcio bucato. Last but not least, gli accordi commerciali in giro per il mondo. Che vanno redatti in euro. Forse questa è la meno impossibile delle misure.
Il Fmi richiama alla cautela: “Il dollaro non cambia ruolo”
Che l’euro riesca anche solo a sfidare il dollaro è un’impresa che, fuori dalla Ue, non convince proprio nessuno. A cominciare dal Fondo monetario internazionale. Che parla alla suocera cinese (che ha deciso di iniziare a recedere dai Treasury americani, sognando così di dare un colpo in grado di spennacchiare almeno un po’ l’aquila Usa) affinché l’ambiziosa e spericolata nuora europea intenda: “Non dobbiamo farci trascinare dalle variazioni di breve periodo del tasso di cambio. Non vedo cambiamenti nel ruolo del dollaro nel prossimo futuro”, ha dichiarato a Bloomberg. L’America non è forte perché Trump fa lo smargiasso ma, ha ricordato la direttrice Kristalina Georgieva, la forza degli States risiede nella “profondità e liquidità dei mercati dei capitali Usa, dalla dimensione dell’economia e dallo spirito imprenditoriale del Paese”. A buon intenditor, poche parole. L’ideologia non va bene, quando si parla di economia occorre restare coi piedi per terra. E tra Francoforte e Bruxelles il volo pindarico dei falchi rischia di trasformarsi nel volteggiare affamato degli avvoltoi.
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