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Sociale

In Italia i piccoli non hanno diritto di giocare

di Michele Gelardi -


I piccoli hanno diritto di giocare in Italia come nel resto del mondo? Parrebbe di no. Il diniego è stato pronunciato ufficialmente da un Tribunale della Repubblica fondata sul lavoro e gratificata della “Costituzione più bella del mondo”, nonché implicitamente stabilito nelle deliberazioni dell’autorità amministrativa e nella prassi delle istituzioni politiche e sociali. L’ultimo tassello del generale indirizzo “pedofobo” e gerontocratico si deve al Tribunale di Palermo, che ha disposto un risarcimento di 45.000 euro a carico della parrocchia di via Filippo Parlatore, che gestisce l’oratorio attiguo alla Chiesa, a favore di alcuni residenti nei palazzi vicini dalle orecchie particolarmente sensibili, offese dal vocio dei ragazzini giocanti, anziché oranti come avrebbero voluto i suddetti danneggiati.  

L’oratorio inteso come silenzio

Costoro hanno meditato a lungo sul significato della parola “oratorio” e ne hanno tratto la convinzione che l’attività d’istituto debba appunto consistere nell’orare e che il gioco distragga dall’orazione. Perché dunque tollerare le voci stridule di bambini e ragazzi che si rincorrono per un gioco che danneggia in primo luogo gli stessi protagonisti, allontanandoli dalla virtù della contemplazione trascendentale? Hanno perciò promosso la causa innanzi al Tribunale, che ha riconosciuto il buon diritto dei promotori a non essere disturbati e ha disposto il risarcimento del danno a lungo penosamente sopportato. Il Tribunale, ben consapevole del sommo principio di civiltà giuridica qui iure suo utitur neminem laedit, ha riconosciuto che i ragazzini laedunt e dunque non agiscono iure suo. In poche parole, non hanno il diritto di giocare, perché se lo avessero, il disturbo inevitabile alle orecchie dei vicini dovrebbe essere pazientemente tollerato.

Scuola, immobilità e rischiofobia

Quest’ultimo tassello si aggiunge ai precedenti, non meno significativi.  Il lettore ricorderà che la tedesca Anja Reimann, madre di alcuni piccoli, decise di abbandonare il Belpaese perché nelle scuole elementari italiane i bambini sono costretti sulle loro sedie, ammutoliti e assorbiti nelle incombenze dell’apprendimento sedentario, senza pause di gioco.  D’altronde si sa che il bambino seduto non può farsi male, mentre in piedi rischia di cadere, cosicché la “rischiofobia” italica consiglia a dirigenti scolastici e insegnanti di trattare i bambini come adulti dediti all’esegesi di testi impegnativi. L’educazione non si risolve forse in insegnamento di saggezza? E allora codesta “anticipazione di saggezza” non è forse il migliore metodo pedagogico? 

I bambini come untori e i banchi a rotelle

E il nostro lettore ricorderà pure i tempi bui della c.d. pandemia, quando un giorno sì e l’altro pure i bambini venivano additati da illustri virologi, in primis Burioni e Galli, come gli “untori” dei nostri tempi e le madri venivano esortate a isolare i figli.  Meno male che fu poi consentito a bambini e ragazzi di muoversi sui banchi a rotelle. Saggia decisione, perché il totale immobilismo sarebbe stato pernicioso. Meglio muoversi a gambe ferme, che non muoversi del tutto. Pazienza se oggi quei banchi, pagati a caro prezzo dagli italiani, giacciono inoperosi nella polvere degli scantinati.

La pedagogia dell’imbalsamazione

A ben vedere, la pedagogia dell’imbalsamazione, assunta perfino nei tribunali come modello di riferimento, si inserisce in un contesto culturale gerontocratico, che mette al primo posto la “quiete”. Nell’Italia della denatalità, dove i figli non sono benvenuti, qualsiasi disturbo deve essere indennizzato. Il suono delle campane e il vocio dei bambini disturbano il riposo su questa terra, che anticipa il riposo eterno. Non si accetta il principio basilare della convivenza che impone di tollerare il disturbo trascurabile, procurato da chi esercita il proprio diritto. Né Sua Maestà la Quiete può accettare la necessità del rischio. Ha un bel da fare l’insigne psichiatra Paolo Crepet a indicare i guasti educativi da eccesso di protezionismo; i nostri pedagoghi continuano imperterriti a preferire l’imbalsamazione, mentre i nostri tribunali negano il diritto dei ragazzi di essere ragazzi.        

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