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Conto corrente, quanto ci costi: e non è un prezzo solo economico

di Giovanni Vasso -


È tutta una questione di prospettiva, anche quando si parla di conto corrente. Soprattutto, forse, quando si analizzano i costi per tenere aperti e attivi i conti bancari. Perché, come rivela una recentissima inchiesta di Altroconsumo sul mondo delle banche, accendere un conto corrente sfruttando i canali digitali comporta un prezzo minore. Costi ridotti al minimo indispensabile. Ma niente è gratis. Perché il 2026 si sta caratterizzando come l’anno in cui finisce “l’illusione dei prezzi bloccati”.

Conto corrente, fine dell’era del prezzo bloccato?

Piccoli rincari, mirati secondo gli analisti di Altroconsumo, che segnala due iniziative in tal senso. Quella di Banca Sella, che aumenta il canone annuo di sei euro e quella di Hello Bank! Che rialza il canone annuale per poco meno di due euro, lasciando solo i giovani fuori dai rincari. Il divario nei costi tra chi adopera i conti online e chi, invece, preferisce continuare a frequentare le filiali e gli sportelli è netto. E Altroconsumo fa i conti ponendo Unicredit come benchmark del nuovo trend operativo delle banche italiane. L’Icc, ossia l’indicatore dei costi complessivi assunto a parametro dagli analisti dei consumatori, dice che i risparmi per gli utenti possono essere pari a 25 euro l’anno. Ma c’è un nodo, importante, da valutare. Già, perché innanzitutto occorrerebbe ottenere l’azzeramento dei costi del canone con l’accredito dello stipendio o della pensione. E poi bisognerebbe far tutto da sé: dai prelievi agli eventuali versamenti in Atm. Come contraltare c’è la stangata sui bonifici online. Prima gratuiti, adesso a 1,20 euro. La questione, riferiscono da Altroconsumo, è già stata segnalata alla Banca d’Italia. Credem, contestualmente, adotta una strategia digital-friendly che stangherebbe gli utenti “fisici”. Allo sportello il bonifico arriva a una tariffa unica di 6 euro e gli addebiti diretti diventano a pagamento, l’Icc lievita attorno ai 20 euro annui.

Clientela spinta verso l’online

Generalmente, però, il prezzo per il conto corrente digitale risulta sempre basso, anzi bassissimo. Questo per una ragione semplicissima. Da anni il settore bancario promuove la digitalizzazione dell’intero comparto. Un fenomeno che procede con l’inesorabilità di un rullo compressore. E che porta a una conseguenza diretta sull’utenza, specialmente quella senior. Chiudono, uno dopo l’altro, gli sportelli e le agenzie sui territori. Solo nel 2025, come riferito dall’Osservatorio ad hoc istituito presso la fondazione Fiba del sindacato First Cisl, sono stati chiusi (altri) 516 sportelli su tutto il territorio nazionale. Complessivamente, oggi, ne rimangono aperti e attivi addirittura meno di 20mila.

La desertificazione bancaria

Per la precisione, sono (solo) 19.140. Le regioni più colpite dai tagli sono state Marche (- 4,3%), Toscana (- 3,5%), Calabria e Veneto (- 3,2%). Mentre tra quelle con la maggiore incidenza di comuni senza sportelli figurano ai primi posti Molise (83,8%), Calabria (74,5%), Valle d’Aosta (74,3%), Piemonte (65,8%), Abruzzo (61,3%). Va da sé, dunque, che aumenti il numero dei Comuni che non sono serviti da nessuna agenzia né sportello bancario. Oggi sono 3.457, il 44% del totale, 75 in più rispetto all’anno precedente. Insomma, poco meno di un Comune su due non ha una banca. E in un Paese che invecchia, e continua a perdere punti di riferimento sui territori, questo è un vero e proprio dramma. Non è un problema che affligge le (solite) aree interne. Quelle, per intendersi, dei Comuni abitati da un pugno di residenti in cui non conviene più tenere aperto. È una strategia vera e propria che, potenzialmente, può complicare la vita di 11,5 milioni di italiani.

Una questione di servizi (e di costi territoriali)

Insomma, i costi dei conto corrente non sono strettamente economici in senso tecnico. Non è solo una questione che riguarda quanto si deve pagare in termini di costi diretti. È un problema, soprattutto, di costi indiretti. Perché se non ci sono più sportelli bancari sul territorio, diventa difficile poi fare qualcosa che vada oltre l’ordinario. E i costi lievitano. Perché partire da casa per recarsi presso l’agenzia del Comune più vicino rappresenta sempre una spesa. Ciò, chiaramente, per tacere del costo in termini territoriali. Meno servizi a disposizione. Impoveriscono le comunità. Per le aziende lavorare con una banca non più a portata di mano si fa più arduo. E poi ci sono le città, i piccoli paesi, che si spopolano sempre di più. Perché non c’è più nulla e non conviene più continuare a vivere là dove si è cresciuti. Le aree interne, ormai, non sono più quelle montane.

Il risparmio (delle banche) non è guadagno (per le comunità)

Non è soltanto il Comune sul cocuzzolo dell’Appennino o in qualche conca alpina. No. Le zone che non sono servite si allargano, come dimostrano i calcoli e i rilievi sulla desertificazione bancaria, a macchia d’olio. Questi sono costi che pagano le collettività. Quelle locali e non solo. Perché è sempre un discorso che dal particolare passa al generale e viceversa. L’obiettivo (raggiunto) dalle banche era quello di minimizzare i rischi (le rapine, per esempio) e soprattutto abbassare i costi (dagli affitti e mutui per le sedi fino agli arredi, passando per i draconiani tagli alle piante organiche effettuati negli anni passati). È sempre una questione di prospettiva. I costi ci sono e li paghiamo tutti.


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