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Economia

La Strategia della Tigre: l’India e l’intelligenza artificiale

di Giovanni Vasso -


Tra l’Aquila e il Dragone spunta la Tigre: pure l’India parteciperà, a suon di miliardi, al gran ballo dell’intelligenza artificiale. E non poteva essere altrimenti. Il più grande call center del mondo non può che tremare di fronte all’idea che l’Ai, domani, potrà causare uno sconvolgimento imponente nel suo sistema economico. E no, non funziona, se non per raccontarla agli amici al bar, la via indiana sperimentata dalla startup britannica Builder.Ai. Quella che offriva risposte agli utenti in tempo reale, che arrivò a valere sui mercati fino a 1,5 miliardi di dollari. Quella che, poi si scoprì, al posto di algoritmi e modelli di linguaggio aveva 700 programmatori stipati nel (solito) call center di Nuova Delhi.

L’India e l’intelligenza artificiale per il Sud globale

Nella Capitale è in corso l’Ai Impact Summit. Una poderosa manifestazione di volontà, da parte del governo Modi, di entrare a gamba tesa nel mondo dell’Ai. L’India ha tutte le carte in regole. Ha una popolazione praticamente sterminata di giovani laureati in materie Stem e informatiche. Ha un costo del lavoro ragionevolmente basso, ha un ruolo storico di avversario (vero e potenziale) della Cina. La Tigre, dunque, può fornire all’Aquila, e ai vecchi europei che la corteggiano senza pudore, qualcosa di grande. Le potenzialità di diventare un hub dell’intelligenza artificiale. Capace, per di più, di recitare un ruolo rispetto ai Paesi del cosiddetto Sud globale. Quello che, nel dibattito pubblico occidentale, formalmente non esiste in quanto “invenzione cinese”. Ma che diventa, oggi, il grande mercato emergente: cioè l’Africa, considerando che il Sud-est asiatico è più difficile da penetrare. Ma Narendra Modi è uomo che sa ciò che vuole. E tutto desidera fuorché tornare a recitare un ruolo da subalterno rispetto all’Occidente. Il peso della colonizzazione britannica è ancora una ferita aperta, che sanguina, sul volto del subcontinente indiano.

Al ballo tra teste coronate

L’India, anzi Bharat, si muoverà e si siederà al tavolo senza prendere a prestito le fiches di nessun altro. A Nuova Delhi, si è fatto sul serio. C’erano Sundai Pichar, Ceo di Google e Sam Altman, padre di OpenAi. Non c’era Jensen Hwuang capo di Nvidia. Ma, soprattutto, c’era il signor Adani. No, chiaramente non Lele. Ma Gautam Adani, capo del colosso omonimo. Che ha messo sul piatto, fin da subito, 100 miliardi di dollari per inseguire l’intelligenza artificiale in India. Cento subito, altri 150 da qui al 2035. I primi serviranno per costruire “giganteschi data center” e i secondi invece serviranno a costruire l’indotto digitale. Serviranno centrali ed infrastrutture elettriche. Ci sarà bisogno di server e di industrie digitali. Occorreranno infrastrutture digitali, a cominciare dal cloud. A questi investimenti si aggiungeranno, fin da subito, altri 90 miliardi di dollari.

I conti (e le speranze) del governo

Che arriveranno dall’Occidente, e in particolare da Google e Microsoft, per centri di ricerca o data center. L’obiettivo di Ashwini Vaishnaw, ministro delle tecnologie dell’informazione dell’India (pardon, di Bharat) sarà quello di calamitare nel Paese investimenti per almeno 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Contestualmente, già da anni, le grandi imprese nazionali stanno lavorando – insieme alle aziende “occidentali – per costituire in India una filiera dei semiconduttori. A ciascuno il suo: Adani dialoga con l’israeliana Tower Semiconductor. Il colosso Tata ha aperto una joint venture coi taiwanesi di Pmsc, Powerchip Semiconductor Manufacturing Corporation.

Il dominio sui dati

Il fatto che Modi abbia le idee chiarissime sul futuro digitale del suo Paese lo testimonia il nome del ministero attribuito a Vaishnaw. L’India, sull’intelligenza artificiale, ha un progetto nitido. Il cuore della visione di Nuova Delhi non è legato agli investimenti in sé ma alla sovranità sui dati. Tutt’altro che banale dal momento che tutto lo scontro geo-economico sull’Ai e, in generale, sullo sviluppo digitale si gioca su questo. I dati rappresentano un giacimento di informazioni, notizie e risorse che hanno un valore strategico fondamentale. Economico, certo. Ma pure politico.

Atmanirbhar Bharat

Se la Tigre vuole continuare a mantenere una sorta di terzietà tra i due (nuovi) mondi in lotta, sa fin troppo bene che non può consegnarli né alla Silicon Valley né a Pechino. Una visione che è perfettamente incarnata da Arattai. In lingua tamil, vuol dire “chiacchiere”. Di altro non si tratta che di un servizio di messaggistica istantanea. Una sorta di Whatsapp, per dirla facile. Completamente “made in Bharat”, è edita dalla società Zoho che ha sede a Chennai. Ed è diventata il simbolo dell’indipendenza tecnologica e dell’autosufficienza. Fortemente voluta dal governo e spinta con la campagna Atmanirbhar Bharat. Che è, poi, questo il nucleo fondante dell’azione di Modi. Ripartire da sé per ricostruirsi un ruolo nel mondo. La Tigre s’è svegliata.


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